31.1.07

Quando non si ha proprio niente di meglio da fare…

Propongo una campagna per segnalare i siti più fancazzisti in cui vi siate mai imbattuti, escluso perentoriamente questo ed il mio Gabinetto fotografico!

La mia proposta è il catalogo fotografico di tutti i prodotti della famosa azienda ACME comparsi nei cartoni animati degli ultimi quarant'anni.

Segnalate le vostre, dunque: sarebbe interessante che specifichiate come e perché vi siate imbattuti in quel link, ma forse, per spirito di carità fraterna, è meglio non approfondire troppo…

28.1.07

Pensieri nell'inverno quirite

1. Ieri stavo tirando un po' la macchina sul vialone sotto casa per tamponare il ritardo che avevo accumulato nell'andare a fare ripetizioni di algebra ad una povera vittima liceale che mi sopporta (e mi paga pure).
Pioveva, come oggi del resto, acquazzone a tratti, fanghiglia che si alza dalle ruote delle auto che precedono e che si proiettano sul parabrezza. Nel mezzo di una accelerata da seconda a terza, scorgo a bordo strada un uomo vestito di chiaro con un cane al guinzaglio, perfettamente allineati al centro delle strisce pedonali e in evidente procinto di attraversare: rallento per fermarmi, l'uomo però non si muove, come fanno tutti i pedoni quando capiscono che il/la guidatore/trice ha concesso loro il grande onore di premere il pedale del freno e quindi si sdebitano cercando di togliersi di torno il più presto possibile, per non dare eccessivo disturbo. Quel tizio però non accenna a muoversi, mentre la mia macchina scivola a pochi km/h verso le strisce, anzi sembra dimostrare il più completo disinteresse per portare a termine l'operazione di attraversamento, guarda dritto davanti a sé. Dopo che mi sono fermato del tutto, passa un altro secondo e l'uomo, finalmente, come risvegliato da uno strattone, comincia ad impegnare lo zebrato, sempre però guardando dritto, senza girare la testa. "Povero pazzo" penso io. Fra una battuta e l'altra del tergicristallo sul parabrezza madido di pioggerella fina e fitta, mentre il pedone altezzoso e il labrador color caffellatte sfilano davanti al cofano, tutti e due con noncuranza, regali, mi rimangio il pensiero: lui porta una piccola fascia gialla con tre palle nere, lo stesso il cane su una specie di corpetto, come quegli odiosi cappottini che le fanatiche padrone impongono ai loro canidi da grembo, solo più grande.
È il pittogramma internazionale dei ciechi. E il cane sta facendo attraversare il suo affidato non vedente. Non solo, lo ha fatto muovere dopo essersi assicurato che il traffico si fosse effettivamente arrestato.
A centro strada, nello spartitraffico, lo fa di nuovo, meccanicamente: fa fermare l'uomo, aspetta che il 93 accenni una frenata e che si arresti completamente, altro strattone e la traversata può dirsi conclusa. Manca il gradino per salire sul marciapiede. Il labrador si ferma per un istante ai piedi della banchina, quanto basta ché il suo trainato si allinei con i piedi e capisca che deve alzarne uno. Solo allora il cane monta sul marciapiede e aspetta fermo finché anche il cieco ha completato la manovra di salita. E poi se ne vanno, come un tizio qualunque in impermeabile chiaro che torna a casa dai giardinetti col suo cane, sorpresi entrambi da un acquazzone.

2. Tempo fa ho comprato un romanzo anni Sessanta su una bancarella di libri, di quelle su cui, senza alcun riguardo, vengono accatastate quintali di carta rilegata e sciolta, molto spesso biblioteche di vecchi generali o di impiegati dello stato passati a miglior vita, magari costruite per autore, per argomento, o semplicemente comprando i Mondadori o il Reader's Digest per corrispondenza. Biblioteche e raccolte di cui puntualmente gli eredi si disfano non appena prendono possesso dei lasciti.
In questo romanzo tedesco, mentre lo sfogliavo per spolverarlo, è uscita dalle pagine una cartolina a colori, intonsa, non scritta. Una classica cartolina di quarant'anni fa, con dei colori un poco innaturali, con un panorama di Livigno innevata all'inverosimile. E lì, ho cominciato a fantasticare, ad ipotizzare come e perché fosse lì.
Un souvenir da tenere in casa dopo una vacanza sulla neve? Una cartolina comprata in sovrappiù oppure non spedita perché erano finiti i francobolli? Un memento di belle giornate sulla neve con allegri compagni, di passeggiate, brulé e corteggiamenti galanti? Oppure la cartolina portata a mano ad un vecchio nonno da qualche nipote, tenuta sul tavolo, poi usata come segnalibro, distrattamente ma non troppo, perché ogni tanto, riprendendo il libro, l'occhio ci cada su e magari si ricordi il bel tempo che fu, di quando gli sci erano di legno grezzo e non c'erano doposci "lunari", ma solo stivaloni al ginocchio?

3. Mentre gironzolavo per piazza Venezia, consumando l'inerzia che si acquista scendendo a piedi dalla discesa di via IV Novembre, davanti alla "Macchina da scrivere", il Vittoriano o Altare della Patria che dir si voglia, mi venne in mente un fatto che mi raccontò mia nonna.
C'era un suo avo che non poté gioire del Bollettino della Vittoria firmato Generale Diaz (o Diàz, come dicono a Napoli: "Scusate, per piazza Diàz?"), quello che — tanta era l'enfasi della vittoria, veniva inciso anche su lastre di bronzo fatto con i cannoni austriaci catturati — si conclude "I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.": il figlio, tenente di Artiglieria, studente di Medicina, vent'anni, era dato per disperso sul Monte Cimone, dopo uno degli ultimi furiosi combattimenti palmo a palmo, quelli in cui interi reggimenti tornavano decimati dopo aver guadagnato (o perduto) una ventina di metri.
Quando portarono il Milite Ignoto a Roma, volle andare, assieme a tanti altri con la sua stessa storia, a rendere omaggio e a tentare esorcizzare un po' quel dramma, allo stesso tempo, interiore e nazionale. Salito fino al sacello, dove i due piantoni montano la guardia a quel mucchietto di ossa e di brandelli di divisa racchiusi in una cassa zincata, fu colto improvvisamente da una fitta alla testa, al petto, all'addome: "Qui c'è Mimì, qui c'è Mimì" ripeteva, mentre si accasciava fra le braccia di un carabiniere che lo aveva visto in preda all'emozione e allo sgomento. Fece a tempo a tornare a casa, per morire una settimana dopo.
Mimì era il giovane tenente che non è più sceso dal Monte Cimone dopo la battaglia.

21.1.07

"Italietta" — commediola grottesca in tre parti



I. Mentre in Europa centro–settentrionale imperversava l'uragano "Kyrill", con venti a 200 km/h, più di 40 morti, un miliardo di euri di danni nella sola Germania, intere nazioni in tilt e nel panico, il TG1 delle 20 — badate bene, il glorioso tiggìuno delle venti! — dedicava un servizio lunghissimo all'uscita dell'ennesimo, stanco e nevrotico Verdone, alla sempreverde bellezza di Monica Bellucci, nei panni di una ninfomane fisioterapista, e alla grande interpretazione di tale Scamarcio (ma chi è?!? qualcuno colmi la mia ignoranza, vi prego, sennò non potrò più andare al cinema senza aver conosciuto questo fondamentale istrione del cinema nostrano!) mentre se la fotticchia in una scena definita "bollente" (di lessato però c'era solo la faccia di Scamarcio e la scena risultava stinta e annoiante… Gloria Guida, dagli lezioni, ti prego!).
Il TG3, invece, apriva il servizio con un concitato elogio dal sapore deamicisiano sulle "nostre Alpi" che ci hanno protetto e sugli strascichi meteo del ciclone che si sono abbattuti su Sardegna, Piemonte e Alto Adige: in sostanza, qualche albero azzoppato per il forte vento, qualche coppo di tetto volato via.


II. All'indomani dei funerali dello scomparso pontefice Giovanni Paolo II, il sindaco di Roma Veltroni si affretta a dichiarare alla stampa che l'Urbe quirite renderà omaggio imperituro al defunto papa dedicandogli uno dei luoghi più importanti e centrali della città… la stazione Termini.
Non avendo consultato nessuno sull'opportunità dell'operazione (ridicola sotto ogni punto di vista non tanto nel fine, quanto nei modi, perché non vi è in città luogo, penso io, — purtroppo — più squallido e deprimente della stazione centrale e, soprattutto, perché le stazioni e gli aeroporti non vengono dedicati a personalità religiose neanche più in Medio Oriente), neppure i legittimi proprietari del fabbricato viaggiatori (le Ferrovie, nella fattispecie), e pressato e avversato da quasi tutti i componenti della Giunta, il sindaco ha dovuto fare di corsa dietrofront e arrampicarsi sugli specchi spiegando che la stazione era stata "solamente dedicata, non intitolata".
Della serie "Con piazze e parchi pubblici si fa più bella figura". Amen.


III. Intervistato sul Corsera odierno in merito alla sentenza della Cassazione che dichiara il download peer to peer (o P2P, in nerdico) legale se non compiuto per scopo di lucro, Antonello Venditti risponde così ad una precisa domanda dell'intervistatrice:

— Quindi se un ragazzo si scarica gratis un suo disco lei non se la prende?
• Ma no. Certo vuol dire che di musica ci capisce poco. Perché quella che gira così è di pessima qualità, peggio delle vecchie cassette. […] Io la differenza però la sento, anche l'mp3 riproduce malissimo il suono originale.

Vabbè, almeno ha ammesso che di computer capisce poco, anche se ricordo delle cassette "mixed by Erry", made in Naples, ineccepibili.

16.1.07

Seconda ristampa de "Le civiltà del rutto"

Visto l'insperato successo ottenuto in soli due giorni dal nostro saggio, le Edizioni Improponibili hanno programmato una seconda ristampa dell'opera e garantiscono tempi di consegna ai rivenditori abbastanza contenuti.

L'alto gradimento che si è riscontrato al Nord Italia ha convinto sia noi che l'editore ad integrare nel canale di diffusione anche i giocatori delle tre carte, capillarmente presenti nell'atrio della stazione di Milano Centrale e nei mezzanini delle principali stazioni della metropolitana meneghina.

Con questo intendiamo ringraziare i nostri lettori per la grande manifestazione di gradimento attribuita alla nostra opera e invitiamo tutti i cultori della materia ad inviarci le proprie osservazioni.

Mutande pazze

Sulla metropolitana di Nuova York (come diceva povera nonna) si sta tenendo per l'ennesimo anno consecutivo la "No Panties Day", la giornata delle mutande in libertà sfoggiate sui convogli della sotterranea della Grande Mela durante le ore di punta mattutine e serali, ad opera di un numeroso branco di volontari (nullafacenti, penso io) orchestrati da un duo di pazzi fottuti (ancora più sfaccendati dei loro "collaboratori").
Potete leggere sulla loro pagina web il lungo (e prolisso) racconto della vicenda e le foto scattate durante la… smutandata collettiva.
Ah, la motivazione? Rallegrare il viaggio dei passeggeri della subway, in viaggio per raggiungere il posto di lavoro o il luogo (di martirio e/o) di studio.
Come se sulle metropolitane di tutto il mondo non si vedano già abbastanza stranezze…

14.1.07

Novità editoriale imperdibile!


Da domani troverete nelle librerie più squalificate e presso tutti gli ambulanti delle stazioni della metropolitana il saggio che ho scritto a quattro mani assieme a mio fratello: l'argomento che abbiamo scelto per farci dichiarare indesiderati da alcuni governi della UE sono le rumorose e gassose abitudini post–prandiali dei popoli del nord, la loro gioiosa attitudine all'esternazione libera del rutto in luogo pubblico e il successivo silenzioso compiacimento, che rincorre la tacita approvazione degli astanti.

Il rutto, nel Nord Europa, diviene motivo di aggregazione sociale, di affinità empatica fra i gruppi e di congiunzione trasversale di tutte le classi della popolazione: si rutta in bici, sul tram, andando a lavoro, aspettando la ragazza sotto casa, prima di entrare al cinema.

La civiltà che si fa rutto. E il rutto che la sostanzia.

(150 pp., paperback, con numerose illustrazioni e CD allegato)

11.1.07

Restyling and revamping…

Due parolone econ-english, il particolare slang molto in voga negli ambienti della direzione aziendale, per indicare una semplice "ripulita" nello stile (per i contenuti non so…) del blog, dato che l'onnipresente Google.com ha rilevato anche il portale dei blog che ospita il mio Kabinett e ha portato una ventata di novità tecno–nerdiche, fra le quali stili più belli ed editing modificabile… ecco anch'io sono caduto nella spirale del techno–english, ancora più pernicioso e pervasivo.

E, cosa ancor più preoccupante, sono caduto nelle grinfie di Pages & Brin, i due pazzi patroni di Google, i quali spizzeranno la mia corrispondenza con gusto ancora maggiore dopo questo sfottò!

6.1.07

Pia illusione positivista di primo Novecento




«Via, per il sentiero tortuoso e ineguale, senza curarci dei salti, degli sbalzi, degli urti, pur di correre. L'automobile non è che alla seconda velocità, ma ci par di volare. Ci si presentano delle vaste pozze formate dalla pioggia. Avanti! Vi precipitiamo dentro, le solchiamo sollevando una tempesta d'acqua e di fango; l'ondata rigurgita nel vano del telaio e ci bagna. Ridiamo. Parliamo ad alta voce, presi da una strana esuberanza […]. E c'è anche in noi una gioia nuova, che viene dalla soddisfazione intensa e inesprimibile del fare una cosa che non fu mai fatta. È la voluttà d'una conquista, l'ebbrezza di un trionfo, e una sorpresa insieme, come un trasognamento per la singolarità fantastica di questa corsa in questo paese. […] Ci pare d'interrompere una quiete millenaria, d'essere i primi a gettare fuggendo un segnale di risveglio ad un gran sonno. Sentiamo in noi l'orgoglio d'una civiltà e d'una razza, sentiamo di rappresentare qualche cosa in più di noi stessi: con noi è l'Europa che passa. Nella velocità si riassume tutto il significato della civiltà nostra. La grande brama dell'anima occidentale, la sua forza, il segreto vero d'ogni suo progresso, è espressa in due parole: "più presto!" La nostra vita è incalzata da questo desiderio violento, da questa incontentabilità dolorosa, da questa ossessione sublime: "più presto!"»

Luigi Barzini, "La Metà del Mondo vista da un'automobile: da Pechino a Parigi in 60 giorni", Touring Club Italiano, Milano, 2006, pp. 73–74.

Quello che ho riportato su è uno stralcio dal libro pubblicato dal giornalista del Corriere della Sera Luigi Barzini contenente il racconto dell'epico e (per quei tempi) assolutamente impensabile raid Pechino–Parigi (14.000 km), effettuato nel 1907, assieme al Principe Borghese e al suo "chauffer" (come si diceva all'epoca).
La prima edizione del testo è del 1908: per una prima carrellata di info, si consulti la benemerita Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Raid_Pechino-Parigi).
Le foto sono tratte da lì e da http://www.ritzsite.net/ (così nessuno scoccia con i diritti…)

1.1.07

Buon Anno nuovo a tutti i Kabinettbesucher!


Un augurio sincero per un anno nuovo veramente "buono" sotto tutti gli aspetti!

24.12.06

23.12.06

La Morte o non ti fila o ti aspetta travestita da fuga di gas

Anche oggi mi vedo costretto a postare un commento che ai più sembrerà il solito temino stinto e ritrito, condito con un po' di salsa di retorica vagamente deamicisiana. In realtà sarei ben contento di non dover scrivere riflessioni del genere se tutto andasse come si potrebbe intravedere facendo capolino dalle finestre della famigliola del Mulino Bianco e non fosse altro per non fare andare di traverso il pandoro e/o panettone ai miei carissimi Kabinettbesucher, però...

Allora, prima questione: il diritto alla vita e quello alla morte.
Tutti vogliono vivere, è l'istinto più intimamente basilare della fisiologia umana che spinge a desiderare di prolungare l'esistenza su questo mondo. È molto difficile accontentare tutti in questo senso.
Poi c'è chi chiede una cosa teoricamente ben più facile a farsi, c'è chi desidera la morte sopra ogni altra cosa, perché rispetto ad una vita di sofferenze e di indignità quotidiana è qualcosa che non fa più paura, che non si teme, anzi si invoca a gran voce, la si desidera, la si ricerca in ogni modo persino scrivendo al Presidente della Repubblica, senza paura di risultare noioso e anche sgradevole comparendo in video all'ora di cena durante il telegiornale, a costo di ammutolire intere famiglie riunite a tavola davanti ai tortellini fumanti, a rischio di chiamarsi gli auguri di pronta estinzione dai telespettatori esasperati e desiderosi di evasioni ridanciane dal piattume della contemporaneità.
Anche se è umanamente difficile da accettare, una persona che chiede la morte con insistenza deve essere esaudita, perché quello che questi chiede altro non è che un atto di pietà.
La Curia romana fa il suo lavoro e quindi non concede rito religioso alle esequie. Va bene.
Ma il Parlamento non è il Sant'Uffizio e non prende ordini (almeno formalmente) dal Vaticano. La questione è delicata, siamo d'accordo, ma almeno se ne cominci a parlare con la serietà che la materia esige. Almeno una volta.

Poi c'è chi la morte la sfida per mestiere per regalare la vita e talvolta perde miseramente.
Oggi, vicino Bologna, un pompiere è rimasto sotto le macerie di una palazzina saltata in aria perché completamente satura di gas.
Un ragazzo, volontario tra l'altro, che lascia una sedia vuota quest'anno alla tavola delle feste.
Un altro collega non si sa se ce la fa a campare ancora.

Buon Natale a tutti i Vigili del fuoco.

16.12.06

Riceviamo e volentieri pubblichiamo…


Al solito, danke schön, Lurienzo!

29.11.06

20.11.06

Un orgasmo globale per la pace…

… è quanto organizzato e pubblicizzato da un comitato pacifista californiano di San Francisco che invitano tutti per il 22 dicembre p.v. ad irradiare il nostro martoriato mondo di energie positive derivate da stimolazione erotica, "in the place of your choosing and with as much privacy as you choose" (tanto per dirla chiara, ché poi qualcuno rispolvera vecchi impermeabuli gialli tarmati dagli armadi e si reca molesto nei parchi al tramonto)…
Maggiori dettagli e l'utilissimo countdown automatico alla pagina http://www.globalorgasm.org/
Give peace a… hand!

12.10.06

Scene dall'ottobrata romana

In un affollato centro commerciale della periferia sudorientale della Città, affannosa ricerca di bene di consumo scopo regalo.
All'interno di un negozio di intimo, entra un piccolo yorkshire tenuto al lungo guinzaglio dal padrone fuori. Il suddetto proprietario lo tira a sé esclamando:"'Ndo voj anna' te?!? C'hai troppe sise!"
Ho riso alle lacrime.

9.10.06

Le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile…


In questo periodo sono molto preso dallo studio, dunque penso di non avere molta forza intellettuale e fisica per postare qualcosa, soprattutto i racconti di viaggio (e qui qualcuno/a starà già appendendo un ex-voto a qualche statua): qualche facezia ci scapperà sicuramente, ma nulla di più.
Prego il mio equipaggio internautico di portare pazienza per un po' e, se proprio non può esimersi dal cliccare qualcosa di mio, di andarsi a spizzare il Gabinetto fotografico, che aggiorno quasi quotidianamente.
Bis bald, a presto!

[immagine per gentile concessione di www.brunovespa.net : che soddisfazione, mi sono ripreso qualcosa da lui, finalmente!]

28.8.06

Quarto post olandese – 7/8

Il buffet mattutino della colazione è un ottimo momento per socializzare, visto che i cosiddetti "individual guest" devono per forza prendere posto in tavolate pre–assegnate in modo tale da non occupare (non sia mai, neanche per sbaglio, pena essere gentilmente ma fermamente redarguiti dal personale di sala!) i tavoli riservati ai gruppi o alle famiglie che possono vantare così un trattamento di favore, con tanto di segnaposto personalizzato. Stamattina, oltre alla solita giovane bibliotecaria di un liceo di Leeuwarden che approfitta del viaggio per andare a trovare la nonna che vive da queste parti per fare un po' di tipico turismo olandese (su due ruote, manco a dirlo), siedono madre e figlia canadesi della zona anglofona, in pieno grand tour europeo, i nostri compagni di stanza e un manipolo di giapponesi che però si guardano bene dall'attaccare bottone. Le due ospiti con la bandiera con l'acero sono abbastanza vivaci, la figlia soprattutto, che esterna una incontenibile voglia di... stringere amicizie con esponenti del sesso forte e di fare turismo culturale nella capitale: la sua meta quotidiana sono i centri commerciali sul Dam ed il secondo Sexmuseum di A'dam (eh sì, è talmente vasto l'argomento, che ne sono stati aperti ben due), cui penso si aggiungerà la madre, non certo giovanile d'aspetto (ribattezzata da mio fratello "Biscardi" per il taglio à la garçon della stessa tonalità rosso carota del tele–trombato pallonaro nazionale), che non conferma né smentisce una sola virgola del programma. Anche loro sono state a Roma, hanno goduto delle bellezze dell'Urbe quirite, hanno sventato uno scippo ad opera di tre piccoli zingari alla stazione Termini e la figlia ha preso parte ad un pub crawl organizzato da un suo connazionale di cui mi mostra orgogliosa la maglietta–memento: la cosa che non capisco è la ritrosia del nostro compagno di stanza che, solitamente con la bocca ebetamente cucita, alla vista delle connazionali si chiude in un mutismo patologico.
Oggi decidiamo di prendercela con calma in vista dell'impegnativo tour in programma per l'indomani e di fare un'altra "unità didattica" del nostro corso accelerato di lingua e cultura neerlandese: ci rechiamo infatti alla posta centrale per spedire la famosa ed ingombrantissima tabella tranviaria, che attira la morbosa curiosità di tutti i frequentatori dell'ostello.
Il facente funzione di receptionist, una specie di Giuliano [mio compagno di scuola, NdR], dice che la posta non apre prima di mezzogiorno e, pur sopreso, mi bevo questa informazione, che ovviamente poi si rivelerà falsissima: in Olanda, come pure in Germania, le poste fanno orario continuato dalle nove fino alle sei. L'ufficio è abbastanza frequentato e silenzioso come una chiesa, tutto è ordinato e pulito, colorato e professionale. Purtroppo le scatole montabili in vendita allo shop non sono della misura adatta ed esco in cerca di un negozio che mi regali un bello scatolone di cartone abbastanza grande. La fortuna mi arride e dietro l'angolo trovo un grosso ferramenta, il cui commesso, con una punta di ironia, mi invita gentilmente nel retrobottega "sure, check my waste": il deposito rifiuti è una rete nel magazzino su cui sono ordinatamente impilati tutti i cartoni in ordine di grandezza e mi sento un poco clochard mentre, con gioia, gli porto via due scatoloni della Bosch. Mentre ci affaccendiamo in due a confezionare una parvenza di pacco da noi classificato "mechanical parts inside", contravvenendo anche ad alcune fondamentali leggi della fisica, rompiamo il silenzio ieratico dell'ufficio con violenti colpi di taglierina sullo scotch teso e imprecazioni reciproche dovute alla concitazione del momento: dato che il nostro turno si approssima inesorabilmente, faccio dono del mio numero ad una ragazza in attesa (oculatamente scelta fra gli astanti, guarda caso tutti maschi) e lei accoglie l'insperata gentilezza profondendosi in una serie di gioiosi ringraziamenti e ribattendo con un sorrisone alle ironiche felicitazioni degli invidiosi compagni d'attesa, manco le avessi dato il biglietto vincente della lotteria Orange...
Adempiamo alle formalità postali velocemente e senza intoppi (l'impiegata, non certo giovane, parla un buon inglese, veste, come le sue colleghe, una divisa blu e rossa con fiocco al collo e ci presta persino un pennarello per scrivere l'indirizzo) e decidiamo allora, per festeggiare l'impresa che ha portato via un'ora buona, di abbandonarci ad un vizio tipicamente neerlandese, il cartoccio da tre euri di patatine fritte al chiosco più famoso di Haarlem.
Con la pancia piena e con l'olio in circolo nel sangue, ci apprestiamo a tentare per la seconda volta di forzare l'ingresso del Rijksmuseum ad A'dam. Dopo una ventina di minuti di ordinata e paziente fila, riusciamo ad entrare, ma la quantità di visitatori presenti, che si muovono forsennatamente come fossero api cui sia stato distrutto l'alveare, non mi fa godere appieno la vista dei capolavori della pittura fiamminga ivi custoditi: il senso di disagio è leggermente amplificato anche dalla presenza dei lavori di restauro di alcuni pezzi e di ampliamento dell'edificio, che durano ormai da sei anni ed il cui completamento è previsto per il 2009, che impongono un itinerario di visita notevolmente ridotto, con la conseguente eccessiva concentrazione di capolavori in poche e strette sale ("highlights exhibition" è il termine coniato per l'occasione, che campeggia su un gigantesco manifesto sulla facciata sopra l'ingresso). La celeberrima
  • "Ronda di notte"
  • di Rembrandt è stata posizionata nell'ultima sala a forma di aula magna universitaria, dove la tela è fissata su una specie di palco, cui è impossibili avvicinarsi senza essere redarguiti dal sorvegliante, mentre i visitatori prendono posto su cinque file a gradoni sul lato opposto dove possono rimanere seduti a contemplarla per qualche minuto, prima che un grumo di visitatori si accalchi sul corridoio intermedio reclamando giustamente il loro turno di paint–watching.
    All'uscita, vengo parcheggiato per un'ora e venti su una panchina del parco circostante in attesa che mio fratello concluda il suo shopping di spartiti nel negozio più fornito della città. Prima che l'sms della carta di credito mi confermi che il mio germano abbia soddisfatto la propria voglia di pentagramma a pagamento e rimpinguato le casse del titolare, ho tutto il tempo per essere circondato da due coppie di canna–turisti lombardi che per mezz'ora non fanno altro che trafficare con cartine e bustine di plastica trasparente, elogiare il tipo di cannabis neerlandese, ragionare sul modo di risparmiare ulteriormente sul budget di vacanza per poter comprare quanti più grammi possibili: alla fine, uno di loro, come folgorato da un'irresistibile eureka, propone a tutti quanti di lasciare l'albergo e trasferirsi nell'ostello da 10 euri al centro. La cosa mi fa venire un brivido sulla schiena, in quanto l'immagine dell'economicissimo ostello in questione si ripropone in tutto il suo sudiciume e la sua promiscuità delle camerate da venti letti che ho intravisto passeggiando ieri nel quartiere a luci rosse...
    Per fortuna, consumata la loro "merenda", i lumbard se ne vanno seguendo una traiettoria zig–zagante e rimango finalmente solo a sonnecchiare un po' e a godere di altri scorci di vita neerlandese. Il cielo non promette nulla di buono, eppure i campi da basket e da pallavolo sono pieni, due ragazzine di colore giocano a pallone sul prato (alla "Sognando Beckham") mentre una dark tutta anelli e tatuaggi gioca con un terranova lanciandogli nella enorme vasca della fontana una pallina da tennis che poi lui si diverte a recuperare col muso sott'acqua, i vialetti sono pieni di bici in moto e sdraiate sull'erba, proprio come i loro legittimi proprietari che gli stanno accanto.
    Ritornando verso la stazione incappiamo in un tranviere (o una tranviera?) sfottuto dal servizio più di tutti gli altri colleghi che abbiamo finora incontrato sulla rete della capitale e che evidentemente ha un importantissimo appuntamento al capolinea cui non può in nessun modo mancare: così saliamo sul treno con un leggero malessere avvertito per la prima volta nella nostra vita, il mal di tram...
    Rientrati in ostello ci facciamo una doccia (calda) per smaltire l'umidità accumulata nella giornata, una sana pennica e una chiacchierata con i nostri compagni di stanza: presi dal fervore locutorio non ci accorgiamo che si sono fatte praticamente le dieci di sera e che ormai il buffet è bello che chiuso. L'unica cosa aperta che troviamo in città è il Burger King della stazione, ma la fame prevale su tutto, con buona pace dei miei principi di etica culinaria e tutti i presupposti di turismo "sostenibile". Affanculo tutto, un crampo allo stomaco mi stava per stroncare una volta sceso dall'autobus!

    20.8.06

    Terzo post olandese - 6/8

    Ancora con l'euforia in corpo generata dall'incontro con la mastodontica "Nyk Castor" alle chiuse di IJmuiden e con i polpacci induriti dalla lunga pedalata controvento (all'andata e al ritorno), ci prepariamo per la scoperta di Amsterdam: arriviamo alla piazza della Centraal Station in compagnia del nostro amico australiano con cui dividiamo la camerata — un ragazzino diciassettenne che sta facendo una specie di stage a Londra in vista dell'esame di maturità, timido e con qualche capello bianco in testa per cui Michela avrebbe fatto fuoco e fiamme — e di due new yorkesi dei Queens, fratello e sorella. Lui, un logorroico da competizione, studia cinematografia a Lione ma non ha mai visto manco mezzo Fellini né tanto meno Monicelli, fin quasi al capolinea del tram conclude un lunghissimo sermone cominciato non appena il treno si è mosso da Haarlem, recitato in slang della Grande Mela con inserti di amerenglish su quel "coglione" di Michael Moore, sul guerrafondaio Bush, ma anche sui deludentissimi democratici a stelle e strisce. Lei, molto carina, riccetta bionda, pelle di luna e smalto nero su mani e piedi, non spiccica che poche parole approfittando delle pause del fratello oratore per riprendere fiato: riesco a capire che parla un po' di tedesco, che comincerà gli studi di scienze politiche l'anno prossimo, che hanno una sorella che vive ad Asti, evidentemente attratta da qualche chiavatore da competizione, che sono stati in Italia e a Roma, e che sono innamorati del nostro Paese. I miei piani di abbordaggio della suddetta nel bar dell'ostello a sera cadranno miseramente a vuoto, in quanto, al nostro rientro, dei due non v'è traccia alcuna: io e mio fratello maligniamo che il logorroico invece di portarla a Filmmuseum come ci aveva più volte orgogliosamente ripetuto, l'abbia barattata con il casting manager del celeberrimo seventeen.nl in cambio di una Leica 16mm...
    Il nostro primo tentativo di avvicinamento al Rijksmuseum, il Museo Reale, scrigno della pittura olandese dell'Age d'or, cade a vuoto per via di una lunga coda che gira due angoli dell'isolato, un'ora buona di attesa ad occhio e croce.
    Decidiamo allora di andare subito al
  • Museo del Tram Elettrico
  • , sito in una vecchia stazione abbandonata. È uno dei più belli e stimolanti musei della tecnica che abbia visitato, non tanto per la collezione custodita, di per sé comunque di valore, ma perché è uno dei pochi musei vivi dedicati al genere: su un percorso di circa cinque chilometri, ogni domenica i curatori ed i volontari della Fondazione fanno sferragliare i pezzi della collezione, da loro stessi acquisiti, restaurati e tenuti in esercizio. Oggi hanno fatto uscire dal deposito-hangar una bellissima vettura viennese degli anni Trenta (in cui si legge anche il cartello "Vietata la salita ai Giudei"), una sua coetanea praghese, una più vecchiotta di Groningen con rimorchio aperto e, infine, una vettura Amsterdam 1920 su cui prendiamo posto.
    Ci sono per lo più anziani e famigliole, noi siamo un po' fuori luogo per la giovane età: c'è anche un pensionato della GVB, l'azienda dei trasporti di A'dam, in sandalo con calze nere, calzoncini, occhiali scuri, baffi a manubrio e... rutto libero alla partenza!
    C'è chi è feticista dei piedi, chi della biancheria intima, chi delle orecchie (eccomi!), ma anche chi dei tram (eccoci!): il viaggio è un piacere per la vista e per l'udito, la mano artigianale ma non troppo dei curatori del museo si vede ovunque. Le rotaie, dono delle ferrovie olandesi NS, non sono posate a regola d'arte, la linea elettrica di alimentazione è stata progettata da un vecchio ingegnere del GVB a riposo e montata, nelle domeniche pomeriggio, da un operaio delle officine delle ferrovie di Rotterdam. Ai passaggi a livello, il bigliettaio scende e ferma il traffico con una bandiera rossa, anch'essa dono delle NS: ha la facies di un immigrato asiatico, ci prende subito in simpatia visto il nostro grado di attenzione e di godimento di tutto il complesso, ci racconta delle sue scorribande da giovane InterRailer in Italia, sospinto da una passione insana che lo ha portato perfino a prendere fumose littorine su oscure linee siciliane... Ci lascia rimanere, contravvenendo al regolamento, a bordo durante la manovra d'inversione della marcia e, al capolinea, ci offre un altro viaggio gratis sulla vettura viennese che dovrà guidare: a malincuore gli diciamo garbatamente di no, perché vogliamo continuare a girare in città e perché vogliamo fare un po' di shopping nel negozietto del museo. Un po' di shopping si tramuta nell'acquisto di libri, materiale vario e di una pesantissima ma invitantissima (visto il prezzo irrisorio di 5€) tabella di destinazione dei tram di A'dam, che però non ci permette di girare agevolmente in città e nemmeno di passare inosservati: dopo averla lasciata nei cassetti a chiave della stazione, prego di non trovare al ritorno gli artificieri in assetto operativo...
    Per raggiungere la prossima tappa, la cappella clandestina dei tempi della Riforma,
  • Nostro Signore nel solaio
  • , attraversiamo il cuore dello squallore e del sudiciume urbanistico ed umano, il tanto decantato quartiere a luci rosse: vicoli che puzzano di piscio, mignotte sfatte in vetrina, per lo più immigrate del Suriname che richiamano la nostra attenzione sbattendo enormi falli di gomma nera alla finestra, umanità tossicodipendente per abitudine e per turismo (e qui i nostri compatrioti danno il meglio di loro stessi), famigliole di turisti, olandesi in bicicletta, abitanti che ormeggiano le barche nei canali o che scendono a buttare la spazzatura uscendo dallo stesso portone su cui campeggia un invito al neon rosso a servirsi delle videocabine con tutte le ultime novità, disciplinati plotoni di giapponesi, saccopelisti di ogni nazionalità, insomma di tutto e di più... Il museo ci sembra una piccola oasi in mezzo a tanta carnalità, a tanto squallore: quando i protestanti incazzati neri con Roma vietarono il culto cattolico in città, il mercante proprietario della casa che ora visitiamo ottenne la deroga di poter officiare in casa senza limitazione alcuna. Ribassò allora i solai dei piani inferiori e abbatté quelli fra il secondo ed il terzo piano, ottenendo uno spazio enorme in cui ricavò una chiesetta, con tanto di organo e pala d'altare, usata ancora oggi per matrimoni chic e concerti.
    Scappiamo a gambe levate dal marasma di peccatori che ci circonda e ci rifugiamo in un bel parco verde, letteralmente assediato da locali e da turisti, gran parte dei quali rigorosamente muniti di canna accesa: c'è anche chi organizza il tiro alla fune, ma una delle due squadre è composta per metà di avvinazzati e per la restante metà di accannati, perciò ad ogni mano perde sempre miseramente. C'è anche un tizio male in arnese, la tipica physique du rôle del pugnettaro da parco, che intrattiene una penosa conversazione in inglese con due turiste vecchiotte che si sono imprudentemente accomodate sulla stessa panchina per riprendersi qualche minuto: l'abbordaggio delle straniere è uno sport praticato anche dai vecchi tranvieri, in calzoncini e saldali con calzino, con qualche risicato successo solo in virtù del ruolo salvifico ricoperto da queste persone, in una città dalla toponomastica ingannevole e gutturale. Solo io non riesco a scalfire un sorriso alle giunoniche manovratrici con il mio charme e i miei timidi tentativi di erudizione fonetica neerlandese, visibilmente nervose per il turno estivo-domenicale e per l'imperizia dei turisti che nulla sanno, nulla capiscono e nulla vedono, neanche un tram sferragliante a sei casse che sta per piombarti addosso dietro la curva...
    Torniamo nell'epicentro del vizio per assistere ad un concerto d'organo e, mentre faccio la fila al pissoir sul lungocanale davanti la Oude Kerk, il duomo vecchio, vedo un tizio dell'Esercito della Salvezza che brandisce un enorme cartello su cui è riportato un passo del Vangelo di Luca e che sta riportando a più miti consigli due potenziali clienti "vetrinisti" di mezza età. Durante il concerto, dalle vetrate smerigliate vedo i bagliori di un neon rosso che pulsa intermittente: il contrasto è terribile, fra dentro e fuori. Stridente è pure l'immagine dell'organista tedesco ospite — molto bravo — che si accomoda a cena nella sala da pranzo del pastore della Oude Kerk, praticamente a piano terra, nel vicolo che dà su un postribolo a vetri molto trafficato: anche loro, in un certo senso, stanno in vetrina.
    Assieme all'australiano che ci ha raggiunti in chiesa, prendiamo un po' di cucina greca da asporto e consumiamo avidamente il tutto seduti sulla banchina di un canale molto tranquillo: il silenzio è rotto soltanto dallo scampanellare di qualche ciclista isolato o dalle grida avvinazzate di saluto dei Captain Stabby, dei gitanti su barca di ritorno dalla crociera domenicale.
    Gli ultimi minuti ad A'dam sono caratterizzati da una corsa fuori programma al deposito bagagli ché si avvicina l'ora di chiusura: una volta recuperata sul filo dei secondi, scappo a gambe levate con la famosa tabella tranviaria in spalla onde evitare imbarazzanti domande del custode del deposito e conseguenti, spiacevoli equivoci...

    PS la mia scarsa dimestichezza col codice delle pagine unita alla pigrizia innata mi hanno portato a copiare impunemente pezzi di linguaggio belli e pronti per i link esterni, con i disgraziati risultati grafici che potete ben vedere: me ne scuso e me ne dolgo, ma non capisco né ho voglia di capire l'arcano nerdico che si nasconde dietro ai link pallettati, perciò sopportateli senza dir nulla!

    17.8.06

    Sul patrio suol...


    Ieri, alle ore 22,00 ora di ROMA!, ho messo finalmente piede a casa dopo 12 giorni di lontananza dal suolo italico: i compagni di viaggio (compatrioti) hanno fatto di tutto per non farlo rimpiangere, ma è bastato un piattone di pasta al sugo di mammà per far ritornare in alto il morale tricolore!!!

    Viva l'Italia!!!

    PS per coloro che temevano di ricevere questa notizia, confermo che il diario (breve) da me tenuto su carta durante il viaggio sarà presto trascritto e i due post precedenti, vergati sotto effetto di alcol e stanchezza turistica, verranno sistemati

    PS2 un autostop improvvisato davanti l'ostello di Haarlem aiutandomi con il souvenir tranviario acquistato ad Amsterdam

    11.8.06

    Spero, promitto e iuro reggono l´infinito futuro???

    Salve a tutti, cari visitatori del Kabinett!
    Purtroppo non ho avuto tempo nei giorni scorsi per aggiornare il blog con le mie scorribande, mi riprometto di postare qualcosa il piú presto possibile.
    Vi basti sapere che siamo tutti in ottima salute, che ingrassiamo giorno per giorno e che ci troviamo nella profonda provincia dell´Est della Germania, a Greifswald in Pomerania: il tempo è una vera chiavica, piove leggermente e fittamente, penso che l´ambito tuffo nel Baltico debba essere per forza di cose rimandato a periodi più soleggiati.
    Vi lascio, liebe Kabinettbesucher, perché sta finendo il tempo nell´Internet a minuti nella postazione del café in cui mi trovo.

    Bis bald und Tschüß!