mart. 20/3 h. 10,07 – (sull'ICE per Utrecht)
Colonia–Utrecht
Ormai ho sviluppato un settimo senso per le persone: capisco al volo che tipo ho davanti, prima ancora che apra bocca.
Più volte mi sono detto — peccando di modestia (falsa) ed esagerando in xenofilia (vera) — di starmi zitto, di non essere infallibile, che la prima impressione non è quella che conta.
Dopo stanotte mi ricredo e mi pongo sugli altari, giudice supremo del bene e del male umano, delle miserie e delle virtù altrui: il mio settimo senso funziona ormai al 98,999% e gli eventi grotteschi appena occorsi lo dimostrano.
Dissi che il nuovo arrivato era "strano". Allora, io mi alletto alle undici, verso mezzanotte tornano gli yankees, però capiscono che dormo e quindi fanno pochissimo rumore, non accendono tutte le luci.
Alle 4 comincia il delirio. Torna lo strano e accende invece tutte le luminarie, sbatacchia le porte, si spoglia completamente e si mette nel letto, il mio sonno è messo gravemente a repentaglio. Dopo un po' sento che qualcuno in stanza comincia a grattarsi sotto le coperte come quando le zanzare banchettano con la nostra epidermide ad agosto, solo che il grattare continua per minuti interi, senza interruzione. Io che penso sempre male comincio a sospettare il peggio, ma scaccio il pensieraccio dall'anticamera del cervello. Il rumore comincia ad assumere cadenza regolare e si frammischia una respirazione sempre più grave ed affannata. Non voglio credere a quello che sento, perché ormai è chiaro che qualcuno sta praticando autoerotismo. Oh, Madonna, ma tutte a me capitano?!?
Girandomi verso il centro della stanza, pur nella nebbia della mia miopia, vedo distintamente lo strano, nel letto superiore parallelo al mio — per fortuna lontano — che se lo mena con vigore. Non ci credo, ma purtroppo è vero. Vabbé, astinenza, diciamo così, una gliela concedo, passi. Però arriva al dunque altre due volte: lo yankee oxoniense si alza perché deve prendere l'aereo presto e accende la luce dell'ingresso e la scena si rischiara in tutta la sua miseria perversa.
Che fare? Il dubbio che fece vergare a Lenin parecchio inchiostro e gli tolse il sonno per parecchie notti dopo la Rivoluzione, si affaccia anche da me: urlo? Lo minaccio? Accendo la luce e urlo e lo minaccio? Scappo alla reception e — come ha insegnato Frau Kunzemann, la proffa di tedesco — sfoggio il terrificante vocabolario accusatorio tedesco, calcando gli accenti dei prefissi e parlando con l'indice teso?
Alla fine faccio un po' di tutto: in inglese, perché non so di dove sia, urlo di piantarla con questo schifo e gli prometto di farlo cacciare a calci nel culo (nudo, vorrei aggiungere, nel freddo gelido di Colonia). Raccoglie il coso fra le mani, con falso pudore, si copre e si gira dall'altra parte, di scatto. Sono le 5, si è spippettato per ben 45' continuativi… una cisterna!
Mi forzo di addormentarmi dritto sul letto, col cuscino dietro le spalle e con un occhio aperto, come un sentinella di una trincea sul Carso, non si sa mai. Alle 6,30 finisce un sonno epilettico e decido di vestirmi, lavarmi (ma nel cesso della reception, perché mi fa schifo toccare persino il pavimento) e squagliarmela. Quando torno in stanza trovo Maurizio che disfa l'armadietto di corsa e mi accoglie con un incredulo "unbelievable!!: il merdoso ha ricominciato di gran carriera, via in tutta fretta.
Dopo averne dette quattro alla reception andiamo a fare colazione. Ci ridiamo anche su, ma siamo entrambi a pezzi: io ho le gambe pesanti e dolorose dal poco sonno, lui è sfatto e scioccato. "It happens" ci rassegniamo entrambi.
Tanto è il trauma che alla stazione di Colonia mi stava per partire il treno per Amsterdam sotto il naso. È zeppo di giapponesi, manager che vanno a Düsseldorf o Duisburg — le tristissime città–fortezza del sistema industriale tedesco —, sono pochi quelli che vanno in Olanda.
Il cielo è velato, sole a sprazzi, ma non convince. Ad Emmerich, subito dopo la frontiera, la prima cosa che vedo è un bel mulino a vento e mi torna il sorriso.
h 21,50 (all'ostello "Strowis", Boothstraat, Utrecht)
Utrecht è una città bellissima, con i soliti canali marroni, le strade acciottolate con mattoni rossi, gioventù bionda o rossiccia in bicicletta, vento freddo che sbuca da un angolo all'improvviso e sembra voglia buttarti per terra (il Duomo venne addirittura sradicato dalla furia di Eolo nel Seicento), le campane del carillon che suonano una melodia diversa ogni quarto d'ora.
L'ostello che ho scelto non appartiene al circuito HI internazionale, è gestito da ex squatters nella vecchia sede dell'ACI locale: è dunque un esempio di negoziazione urbanistica molto interessante, di do ut des profittevole che salva le apparenze e fa contente entrambe le parti. Quando lo sgombero si faceva sempre più vicino, gli occupanti decisero di prendere questo palazzo seicentesco di tre piani, di ripulirlo bene, di metterci mobilio demodé e di farci un ostello accogliente e confortevole, salvaguardando anche l'etica degli ideali tenendo in piedi un centro di attività politica poco lontano, una specie di centro sociale però pulito, come ho visto passando da fuori.
Prima di entrare al Museo degli Organetti da Strada e delle Macchine musicali (ebbene sì, esiste anche questo) cedo al diavolo tentatore neerlandese sotto forma di "vlaamse vrieten", un cartoccio medio di patate e maionese che è il mio pranzo assieme ad un milk shake alla banana. Il museo raccoglie gli esempi di quanto la tecnica sia perniciosa e ossessiva: ai tempi in cui non c'erano lettori mp3 e sì e no girava qualche disco per grammofono, per riempire le serate dei café e dei bistrot, più o meno malfamati e fumosi, alcuni artigiani e tecnici (fra cui parecchi ingegneri…) si sono attrezzati nel tempo per creare macchine che suonino canzoni in automatico, mediante dischi o nastri di carta perforati. Ecco dunque la spaventosa Violina o l'organetto da tavolo a manovella per insegnare a cantare all'uccellino nella gabbia in salotto. Ci sono parecchi strani, vecchi male in arnese, vestiti peggio, con due occhiali sul naso, che ricordano i bei tempi andati dei Pierements, i pesanti organi meccanici da strada, che tanta fortuna ebbero nei Paesi Bassi in virtù del piattume del territorio.
Dopo ciondolo un po' per le vie del centro, mi impolvero in un sotterraneo enorme zeppo di libri da un rigattiere "De Arm", che è un'istituzione per il bric–à–brac e le cianfrusaglie, visto che ha altri due negozi tematici, uno di mobilia, l'altro di articoli di casa e di hi–fi d'epoca. Non posso non uscire senza aver comprato qualcosa, il richiamo della carta stagionata è micidiale. E così è infatti. Ma dove li metterò più 'sti libri?!? penso mentre mi appennico in stanza.
Dormo per un'ora e mezza, una bella doccia e poi via a mangiare, perché sono già le 19,15 e qui tra un'ora l'unica cosa aperta è BurgerKing o qualche mefitico arabo (anche se la tentazione di kebab è forte).
In un locale sci–sci spendo poco perché prendo i piatti della tradizione, zuppa di pomodoro e involtini di formaggio brie nel prosciutto. Giretto digestivo nel centro deserto e poi nell'enorme centro commerciale Catherijnhof, che attraversa praticamente tutta la zona centrale sbucando alla stazione: la guida Lonely Planet come al solito esagera come solo gli yankee sanno fare ("un centro commerciale claustrofobico, da far venire l'ansia"… ma gli shopping mall non li hanno inventati negli USA?!?) e la voglia di buttarla nel cesso una volta buona è grande. Tanto per fare un dispetto ai due idioti della guida, mi viene voglia di andare a cinema, visto che in Olanda i film stranieri sono sottotitolati e rimangono col sonoro originale, ma col sonno che ho non ho le forze per affrontare una impegnativa visione in lingua estera, neanche fosse Ben Stiller (che comunque avrei snobbato).
Dunque ritorno all'ostello, dove c'è un gruppo di quaaa (leggasi: mediorientali) che preparano un tremendo stufato di montone nella cucina comune e poi giocano a backgammon bevendo vino (che siano siriani maroniti?).
Io leggo, scrivo cartoline e mi faccio venire sonno. Mi convinco sempre più che la legge Sirchia sia una delle poche leggi dello Stato italiano degne di valore che qui non esiste e neanche in Germania, anche se leggo in giro che si stanno preparando decreti molto simili. Nel frattempo i miei vestiti gridano vendetta.
4.4.07
3.4.07
FIP Tour marzo 07 – I puntata
sab. 17/3, h 22,15 — Roma–Basilea (sulla Direttissima tra Arezzo e Firenze)
Nello scompartimento da 4 cuccette c'è una coppia di giovani Mimì, lei nata in Svizzera, commessa, lui più in carne, della provincia di Avellino, di professione giardiniere: mangiano in silenzio, come solo uno svizzero vero sa fare, una "colombra", il tortone intoppante di Pasqua. Ogni tanto parte la suoneria a palletta "La testata di Zidane": "era Filomena…"
Arriva il conduttore, elvetico come il vagone, che parla con un sinistro accento italiano alla Villaggio ("puonazeeraa! I pilietti, pé fafoore… peenee") e ci ammolla il modulo giallo delle dogane svizzere che vuole sapere vita morte e miracoli in 20x40 cm. I due Mimì ci mettono dieci minuti buoni, si consultano frequentemente, c'è qualcosa che li turba: poi sento farfugliare "allora… salsicce… due forme di caciotta… no? c'è altro?". Sorrido impercettibilmente, fingendo di guardare fuori.
In corridoio risuonano accenti dell'agro aversano e del frusinate, segno che i Gästarbeiter (quasi un nome parlante omerico, "lavoratore ospite", vuol dire vieni, lavori, ma non rompi i coglioni) tornano ai posti di lavoro, d'altronde è sabato sera.
La suoneria di Zidane squilla gloriosa altre due volte, poi si acquietano, lui nel sudoku, lei in "Eva Express", che sfoglia con controllata avidità ed evidente soddisfazione, segno che il gossip svizzero non è così allettante!
dom. 18/3, h. 10,48 — Basilea–Colonia (sull'ICE tra Karlsruhe e Mannheim)
Notte tranquilla, veglia a tratti come al solito, ma la carrozza è morbida e confortevole e non si balla troppo. I Mimì dormono fino alle otto, io alle 6,30 sono ben desto e alle 7 mi appiccico al vetro a vedere il treno che si arrampica sulle rampe del Gottardo, facendo tanti cerchi a spirale per guadagnare pendenza: una volta scesi a valle, guardando il fianco della montagna, si vedono i convogli che sbucano a quote diverse che procedono nello stesso senso di marcia.
Attacco bottone con una studentessa dell'Accademia delle Belle Arti di Basilea che torna con compagni e prof. da una lunga gita a Firenze, di cui si dice soddisfatta ma anche estenuata. Lei è di origini serbe ma è nata ad Olten, vicino Basilea, e mi racconta le vicissitudini ogni volta che va a fare i documenti, perché non è naturalizzata. Deve fare le foto bio–morfometriche per i documenti, cioè di fronte, di tre quarti con l'orecchio scoperto e di profilo, come quelle che Lumbroso scattava ai suoi soggetti di studio, perché un marocchino le ha sfilato il portafoglio a Ponte Vecchio, una mezz'ora prima di prendere il treno: souvenir d'Italie, insomma…
A Basilea l'atrio della stazione è zeppo di tamburini vecchi e giovani vestiti di nero, con un cappello a larghe falde, nero anch'esso: sono le corporazioni che accompagnano le festività della Pasqua, accorse da ogni angolo della regione per l'evento. Arrivano ogni tanto grandi zaffate di canna, ma non vedo che persone di mezza età.
Come si entra in Germania il tempo si fa sempre più grigio e cupo e presagisco il peggio, in quanto a meteo.
h 22 – all'ostello Köln–Deutz
Il viaggio a 250 km/h tra Francoforte e Colonia è da fantascienza, praticamente un ottovolante su rotaia lanciato su colline che somigliano molto a quelle toscane: mi godo lo spettacolo della tecnica nel salottino di testa, subito dietro la cabina del macchinista che è tutta a vetri, che è purtroppo zona fumatori. Ma la vista val bene farsi affumicare un (bel) po': ci sono un mio padre con figlia piccola (che si addormenta ovviamente come il treno si muove) e un nerd–ferroamatore, il peggio del peggio in quanto a connubio di passioni.
Piove tutto il tempo, prima forte, poi lieve, poi ancora forte.
Mi sistemo all'ostello, che sta in un enorme palazzo davanti la fiera di Colonia, tutto nuovo e pulito, pullulante di lodevoli bellezze, dormo una mezz'oretta e poi vado a Bonn a vedere la Haus der Geschichte der Bundesrepublik Deutschland, il museo storico della Germania (Ovest) dal '45 ad oggi. Un museo da 5 stelle, gratis perché è un omaggio dello Stato federale ai cittadini–contribuenti, con una bella mostra dal titolo "Drüben", cioè "Di là", su come i Wessis (i tedeschi dell'Ovest) vedessero quelli dell'Est, gli Ossis: scopro, per esempio, che il turismo al di là del Muro era una vacanza per pochi e abbastanza ambita da parte dei cittadini federali.
Bonn è triste e spenta, il grosser Umzüge, il gran trasloco del Governo a Berlino ha tolto praticamente la linfa vitale a questa grande città.
Torno a Colonia, mangio in una Kneipe, un'osteria vecchio stile, con pochi tavoli, tenuto da una vecchia factotum, che mi invita a sedere con due americani di Chicago perché non ci sono più posti: in Germania si usa così. I due yankees sono rappresentanti di protesi dentarie venuti qui per un'esposizione del settore: parliamo del più e del meno, di Bush in picchiata, di Obama e della Hillary, del fatto che, pur essendo stati molte volte a Milano, sia difficile trovare qualcuno che sappia parlare un buon inglese per strada…
In stanza trovo due fratelli del North Carolina, un Maurizio robusto e simpatico che ha una start–up di web design (cosa impensabile dalle nostre parti, dove quando vai a chiedere un prestito per una attività innovativa, la prima cosa che ti chiede il bancario è quale bene vuoi ipotecare…) e il fratello, secco e silenzioso, che studia scienze politiche a Cambridge — quindi se la tira un po' — e prepara un esame con l'iPod nelle orecchie.
Poi c'è un tedesco di Amburgo, simpatico, che studia Biologia e Teologia per diventare pastore evangelico. Lì parte una discussione sulle differenze fra le Chiese, delle liturgie e delle gerarchie del clero: rimangono a bocca aperta quando gli dico che la nostra messa dura 45' in media (in realtà ho visto anche di meno, anche 25' senza omelia, ma non glielo dico) contro la loro ora e mezza (ne so qualcosa…) e che si fa la comunione ogni volta che si celebra, quindi anche 2-3 volte al giorno nelle chiese grandi ("si perde il senso del gesto, così!" è la risposta del seminarista, ma non so che argomentare: dovrebbe saperlo lui meglio di me!).
Lo yankee–Maurizio ha una Bibbia sul comò e mi piacerebbe sapere se è un pagliaccio pentecostale o un idiota metodista e aizzargli così l'evangelico–luterano, ma ho troppo sonno e lascio correre.
lun. 18/3 h. 22,20 – Colonia–Bonn–Colonia (in camerata all'ostello)
Stamattina presto tiro la tenda e vedo che nevischia, a fiocchettoni, ma non si raccoglie per terra.
L'evangelico parte (per andare dalla ragazza…), gli yankees restano: dopo colazione parlo con Maurizio degli USA, della sua inspiegabile passione per la Russia e per il russo, che studia da quando aveva 8 anni.
Io prendo la via di Bonn di nuovo, saltando su un IC che arriva a fagiolo: come privilegiato ancora per poco, siedo in 1a. nello scompartimento occupato da due manager tipici tedeschi, vestiti con gusto pessimo, con "Der Spiegel" nella mano, borsa di cuoio nera o marrone e… portapranzo di plastica con panino al Bockwurst dentro! Rifletto su quanto siamo stupidamente provinciali dalle nostre parti, barocchi all'inverosimile, per cui un collega italiano di uno di questi si sarebbe lasciato stroncare dall'ipoglicemia pur di non cacciare un panino casareccio in prima classe.
A Bonn nevischia ancora: attraverso il centro a piedi, animato dal viavai di sfaccendati del lunedì (pensionati, casalinghe, studenti che fanno sega, professionisti che si attardano nelle trasferte). Il mercato nella piazza principale non ha nulla a che vedere con i nostri suk, tutto è bello, pulito e profumato, le urla dei venditori sono richiami ad alta voce, non ci sono cumuli di verdure marce o pozze di acqua di pesce per terra.
La casa di Beethoven è l'archetipo del museo agevole, veloce e coinvolgente: l'audioguida è sintetica e precisa, i cimeli interessanti e commoventi (soprattutto i cornetti acustici), c'è anche un laboratorio informatico dove consultare documenti, ascoltare registrazioni, seguire la musica sulla partitura. Ad aggiungere aria di extraterrestre è un gruppo di bambini di una scuola inglese, parlanti tedesco però, 5-6 anni, non di più, forse figli del personale NATO della base di Rammstein o di diplomatici: visitano interessati e divertiti il muso, accompagnati da una guida dall'aria simpatica. La prima domanda che gli fa nel cortile è "quanti di voi suonano uno strumento?" Si levano una decina di mani su 20 bambini e sento "chitarra, piano, flauto"… me ne vado con un sonoro "E che cazzo!" alla Sordi, tra l'invidioso e l'esterrefatto…
La ricerca della scultura di cemento Beethon (Beton, in tedesco, è appunto il conglomerato cementizio) dopo pranzo va a vuoto perché il famoso circo Roncalli occupa tutta l'area: mi accontento di una passeggiata sul lungo Reno, dove transitano chiatte piene e vuote a tutta forza, e di shopping librario, tanto per appesantire un po' il bagaglio.
Nel pomeriggio visito il Duomo di Colonia e la bellissima stanza del tesoro sotterranea, poi torno all'ostello, esausto.
Trovo un nuovo compagno di stanza, con cui scambio solo gesti e qualche frase a mezza bocca.
Più tardi scenderò al buffet dell'ostello, penso proprio che opterò per il menù vegetariano.
Domani si parte per l'Olanda, voglio stare leggero, mi devo alzare presto.
Nello scompartimento da 4 cuccette c'è una coppia di giovani Mimì, lei nata in Svizzera, commessa, lui più in carne, della provincia di Avellino, di professione giardiniere: mangiano in silenzio, come solo uno svizzero vero sa fare, una "colombra", il tortone intoppante di Pasqua. Ogni tanto parte la suoneria a palletta "La testata di Zidane": "era Filomena…"
Arriva il conduttore, elvetico come il vagone, che parla con un sinistro accento italiano alla Villaggio ("puonazeeraa! I pilietti, pé fafoore… peenee") e ci ammolla il modulo giallo delle dogane svizzere che vuole sapere vita morte e miracoli in 20x40 cm. I due Mimì ci mettono dieci minuti buoni, si consultano frequentemente, c'è qualcosa che li turba: poi sento farfugliare "allora… salsicce… due forme di caciotta… no? c'è altro?". Sorrido impercettibilmente, fingendo di guardare fuori.
In corridoio risuonano accenti dell'agro aversano e del frusinate, segno che i Gästarbeiter (quasi un nome parlante omerico, "lavoratore ospite", vuol dire vieni, lavori, ma non rompi i coglioni) tornano ai posti di lavoro, d'altronde è sabato sera.
La suoneria di Zidane squilla gloriosa altre due volte, poi si acquietano, lui nel sudoku, lei in "Eva Express", che sfoglia con controllata avidità ed evidente soddisfazione, segno che il gossip svizzero non è così allettante!
dom. 18/3, h. 10,48 — Basilea–Colonia (sull'ICE tra Karlsruhe e Mannheim)
Notte tranquilla, veglia a tratti come al solito, ma la carrozza è morbida e confortevole e non si balla troppo. I Mimì dormono fino alle otto, io alle 6,30 sono ben desto e alle 7 mi appiccico al vetro a vedere il treno che si arrampica sulle rampe del Gottardo, facendo tanti cerchi a spirale per guadagnare pendenza: una volta scesi a valle, guardando il fianco della montagna, si vedono i convogli che sbucano a quote diverse che procedono nello stesso senso di marcia.
Attacco bottone con una studentessa dell'Accademia delle Belle Arti di Basilea che torna con compagni e prof. da una lunga gita a Firenze, di cui si dice soddisfatta ma anche estenuata. Lei è di origini serbe ma è nata ad Olten, vicino Basilea, e mi racconta le vicissitudini ogni volta che va a fare i documenti, perché non è naturalizzata. Deve fare le foto bio–morfometriche per i documenti, cioè di fronte, di tre quarti con l'orecchio scoperto e di profilo, come quelle che Lumbroso scattava ai suoi soggetti di studio, perché un marocchino le ha sfilato il portafoglio a Ponte Vecchio, una mezz'ora prima di prendere il treno: souvenir d'Italie, insomma…
A Basilea l'atrio della stazione è zeppo di tamburini vecchi e giovani vestiti di nero, con un cappello a larghe falde, nero anch'esso: sono le corporazioni che accompagnano le festività della Pasqua, accorse da ogni angolo della regione per l'evento. Arrivano ogni tanto grandi zaffate di canna, ma non vedo che persone di mezza età.
Come si entra in Germania il tempo si fa sempre più grigio e cupo e presagisco il peggio, in quanto a meteo.
h 22 – all'ostello Köln–Deutz
Il viaggio a 250 km/h tra Francoforte e Colonia è da fantascienza, praticamente un ottovolante su rotaia lanciato su colline che somigliano molto a quelle toscane: mi godo lo spettacolo della tecnica nel salottino di testa, subito dietro la cabina del macchinista che è tutta a vetri, che è purtroppo zona fumatori. Ma la vista val bene farsi affumicare un (bel) po': ci sono un mio padre con figlia piccola (che si addormenta ovviamente come il treno si muove) e un nerd–ferroamatore, il peggio del peggio in quanto a connubio di passioni.
Piove tutto il tempo, prima forte, poi lieve, poi ancora forte.
Mi sistemo all'ostello, che sta in un enorme palazzo davanti la fiera di Colonia, tutto nuovo e pulito, pullulante di lodevoli bellezze, dormo una mezz'oretta e poi vado a Bonn a vedere la Haus der Geschichte der Bundesrepublik Deutschland, il museo storico della Germania (Ovest) dal '45 ad oggi. Un museo da 5 stelle, gratis perché è un omaggio dello Stato federale ai cittadini–contribuenti, con una bella mostra dal titolo "Drüben", cioè "Di là", su come i Wessis (i tedeschi dell'Ovest) vedessero quelli dell'Est, gli Ossis: scopro, per esempio, che il turismo al di là del Muro era una vacanza per pochi e abbastanza ambita da parte dei cittadini federali.
Bonn è triste e spenta, il grosser Umzüge, il gran trasloco del Governo a Berlino ha tolto praticamente la linfa vitale a questa grande città.
Torno a Colonia, mangio in una Kneipe, un'osteria vecchio stile, con pochi tavoli, tenuto da una vecchia factotum, che mi invita a sedere con due americani di Chicago perché non ci sono più posti: in Germania si usa così. I due yankees sono rappresentanti di protesi dentarie venuti qui per un'esposizione del settore: parliamo del più e del meno, di Bush in picchiata, di Obama e della Hillary, del fatto che, pur essendo stati molte volte a Milano, sia difficile trovare qualcuno che sappia parlare un buon inglese per strada…
In stanza trovo due fratelli del North Carolina, un Maurizio robusto e simpatico che ha una start–up di web design (cosa impensabile dalle nostre parti, dove quando vai a chiedere un prestito per una attività innovativa, la prima cosa che ti chiede il bancario è quale bene vuoi ipotecare…) e il fratello, secco e silenzioso, che studia scienze politiche a Cambridge — quindi se la tira un po' — e prepara un esame con l'iPod nelle orecchie.
Poi c'è un tedesco di Amburgo, simpatico, che studia Biologia e Teologia per diventare pastore evangelico. Lì parte una discussione sulle differenze fra le Chiese, delle liturgie e delle gerarchie del clero: rimangono a bocca aperta quando gli dico che la nostra messa dura 45' in media (in realtà ho visto anche di meno, anche 25' senza omelia, ma non glielo dico) contro la loro ora e mezza (ne so qualcosa…) e che si fa la comunione ogni volta che si celebra, quindi anche 2-3 volte al giorno nelle chiese grandi ("si perde il senso del gesto, così!" è la risposta del seminarista, ma non so che argomentare: dovrebbe saperlo lui meglio di me!).
Lo yankee–Maurizio ha una Bibbia sul comò e mi piacerebbe sapere se è un pagliaccio pentecostale o un idiota metodista e aizzargli così l'evangelico–luterano, ma ho troppo sonno e lascio correre.
lun. 18/3 h. 22,20 – Colonia–Bonn–Colonia (in camerata all'ostello)
Stamattina presto tiro la tenda e vedo che nevischia, a fiocchettoni, ma non si raccoglie per terra.
L'evangelico parte (per andare dalla ragazza…), gli yankees restano: dopo colazione parlo con Maurizio degli USA, della sua inspiegabile passione per la Russia e per il russo, che studia da quando aveva 8 anni.
Io prendo la via di Bonn di nuovo, saltando su un IC che arriva a fagiolo: come privilegiato ancora per poco, siedo in 1a. nello scompartimento occupato da due manager tipici tedeschi, vestiti con gusto pessimo, con "Der Spiegel" nella mano, borsa di cuoio nera o marrone e… portapranzo di plastica con panino al Bockwurst dentro! Rifletto su quanto siamo stupidamente provinciali dalle nostre parti, barocchi all'inverosimile, per cui un collega italiano di uno di questi si sarebbe lasciato stroncare dall'ipoglicemia pur di non cacciare un panino casareccio in prima classe.
A Bonn nevischia ancora: attraverso il centro a piedi, animato dal viavai di sfaccendati del lunedì (pensionati, casalinghe, studenti che fanno sega, professionisti che si attardano nelle trasferte). Il mercato nella piazza principale non ha nulla a che vedere con i nostri suk, tutto è bello, pulito e profumato, le urla dei venditori sono richiami ad alta voce, non ci sono cumuli di verdure marce o pozze di acqua di pesce per terra.
La casa di Beethoven è l'archetipo del museo agevole, veloce e coinvolgente: l'audioguida è sintetica e precisa, i cimeli interessanti e commoventi (soprattutto i cornetti acustici), c'è anche un laboratorio informatico dove consultare documenti, ascoltare registrazioni, seguire la musica sulla partitura. Ad aggiungere aria di extraterrestre è un gruppo di bambini di una scuola inglese, parlanti tedesco però, 5-6 anni, non di più, forse figli del personale NATO della base di Rammstein o di diplomatici: visitano interessati e divertiti il muso, accompagnati da una guida dall'aria simpatica. La prima domanda che gli fa nel cortile è "quanti di voi suonano uno strumento?" Si levano una decina di mani su 20 bambini e sento "chitarra, piano, flauto"… me ne vado con un sonoro "E che cazzo!" alla Sordi, tra l'invidioso e l'esterrefatto…
La ricerca della scultura di cemento Beethon (Beton, in tedesco, è appunto il conglomerato cementizio) dopo pranzo va a vuoto perché il famoso circo Roncalli occupa tutta l'area: mi accontento di una passeggiata sul lungo Reno, dove transitano chiatte piene e vuote a tutta forza, e di shopping librario, tanto per appesantire un po' il bagaglio.
Nel pomeriggio visito il Duomo di Colonia e la bellissima stanza del tesoro sotterranea, poi torno all'ostello, esausto.
Trovo un nuovo compagno di stanza, con cui scambio solo gesti e qualche frase a mezza bocca.
Più tardi scenderò al buffet dell'ostello, penso proprio che opterò per il menù vegetariano.
Domani si parte per l'Olanda, voglio stare leggero, mi devo alzare presto.
FIP Tour marzo 07


Sono tornato domenica sera reduce dal mio giro di due settimane sulla rete ferroviaria europea, dopo aver percorso grossomodo 5.000 km e aver visto Germania, Olanda, Inghilterra, Francia e Svizzera.
Comincio a postare — per la gioia di tutti — la prima puntata delle mie (brevi, state tranquilli) note di viaggio.
17.3.07
Vecchi e nuovi mostri
Prima di partire per un intricato tour ferroviario in Europa, che mi terrà impegnato per le prossime due settimane, lascio aperte le sottoscrizioni a 5 petizioni, che vi prego di sottoscrivere nei commenti.
1. Chiedere alla Procura di Potenza di mandare il famigerato spreca–pellicole Fabrizio Corona in pattugliamento con una gazzella dei carabinieri e farlo scendere da solo e disarmato a rispondere ad un conflitto a fuoco o a placare l'isteria delle tifoserie in un piazzale di uno stadio: questo per aver reagito in maniera incivile (degna del personaggio, direi) alle contestazioni di un appuntato che gli faceva notare quanto fosse pericoloso guidare un suv in un affollato parcheggio tenendo il telefonino in una mano e non dando la precedenza.
2. Chiedere al Comune di Roma di deliberare che i beni mobili e immobili dello "scrittore" Moccia siano considerati l'unico luogo deputato per l'apposizione dei cosiddetti pegni d'amore di sua invenzione, compresa l'auto ed il citofono: questo per aver definito "incivile" l'azione di alcuni (saggi) ignoti che nottetempo hanno divelto i lucchetti armati di cesoia dal povero ponte Milvio.
3. Chiedere al presidente RAI Cappon, alla Commissione di Vigilanza e al CdA di evitare ad un povero 86enne giornalista l'umiliazione di ritornare in video a riempire spazi, raccontando sempre le stesse cose: Biagi ha fatto il suo tempo, avanti un altro, prego.
4. Chiedere al presidente RAI Cappon, alla Commissione di Vigilanza e al CdA il ripristino della mitica trasmissione L'almanacco del giorno dopo, se proprio devono buttare 10' di palinsesto: i nostalgici e chi non abbia mai sentito nominare questa trasmissione, vedano qui.
5. Chiedere all'agente di Scarlett Johannsonn di mandarla nelle nostre case a turno, per farla guarire dalla depressione che la avvolge, i cui sintomi si riassumono nella recente dichiarazione di non sentirsi bella la mattina appena sveglia ("sembro un ragazzo"). Terapia d'urto (a rana), altro che… ;)
1. Chiedere alla Procura di Potenza di mandare il famigerato spreca–pellicole Fabrizio Corona in pattugliamento con una gazzella dei carabinieri e farlo scendere da solo e disarmato a rispondere ad un conflitto a fuoco o a placare l'isteria delle tifoserie in un piazzale di uno stadio: questo per aver reagito in maniera incivile (degna del personaggio, direi) alle contestazioni di un appuntato che gli faceva notare quanto fosse pericoloso guidare un suv in un affollato parcheggio tenendo il telefonino in una mano e non dando la precedenza.
2. Chiedere al Comune di Roma di deliberare che i beni mobili e immobili dello "scrittore" Moccia siano considerati l'unico luogo deputato per l'apposizione dei cosiddetti pegni d'amore di sua invenzione, compresa l'auto ed il citofono: questo per aver definito "incivile" l'azione di alcuni (saggi) ignoti che nottetempo hanno divelto i lucchetti armati di cesoia dal povero ponte Milvio.
3. Chiedere al presidente RAI Cappon, alla Commissione di Vigilanza e al CdA di evitare ad un povero 86enne giornalista l'umiliazione di ritornare in video a riempire spazi, raccontando sempre le stesse cose: Biagi ha fatto il suo tempo, avanti un altro, prego.
4. Chiedere al presidente RAI Cappon, alla Commissione di Vigilanza e al CdA il ripristino della mitica trasmissione L'almanacco del giorno dopo, se proprio devono buttare 10' di palinsesto: i nostalgici e chi non abbia mai sentito nominare questa trasmissione, vedano qui.
5. Chiedere all'agente di Scarlett Johannsonn di mandarla nelle nostre case a turno, per farla guarire dalla depressione che la avvolge, i cui sintomi si riassumono nella recente dichiarazione di non sentirsi bella la mattina appena sveglia ("sembro un ragazzo"). Terapia d'urto (a rana), altro che… ;)
7.3.07
Rassegna stampa
1. È stata pubblicata online la lista dei 101 peggiori lavori della Terra, molti dei quali imbarazzanti professioni dal mondo anglosassone, uno su tutti il Wal-Mart greeter, vale a dire l'odiato addetto all'accoglienza dei clienti dei grandi magazzini della arcinota catena di bricolage (per chi ha letto almeno un tomo di Economia Industriale o visto almeno una puntata di Simpson o Griffin).
Personalmente aggiungerei il lavoro più degradante che ho visto fare in vita mia: il sorvegliante delle latrine pubbliche ad Alexanderplatz, nel cuore di Berlino. Fortunatamente, ho visto di recente che le latrine non sono più presenziate da addetto, ma anni fa ricordo di questo tizio (generalmente male in arnese) che entrava nel loculo appena liberato dall'utente con in mano una spugnetta per pulire bordo e tavoletta, in cambio di uno stipendio (da sussistenza) e di una mancia volontaria nel piattino di cinquanta pfennig o di un marco intero.
2. Mi è caduto un altro mito: la ormai settantenne ex cosmonauta sovietica Valentina Tereshkova ha rivelato recentemente che il suo trionfale atterraggio ripreso dal cinegiornale era un bluff, perché il rientro era andato in realtà malissimo, come potrete leggere nell'articolo: le navicelle sovietiche — ma questo si sapeva — non prevedevano l'atterraggio della capsula a terra, ma l'espulsione mediante paracadute del cosmonauta poco prima dell'impatto al suolo o con l'acqua.
In realtà la povera Valentina ha dichiarato che ha rischiato di non tornare più a casa, perché gli scienziati della Città delle Stelle avevano sbagliato di brutto i conti, per cui la capsula, ad ogni orbita attorno alla Terra, si allontanava invece di avvicinarsi: oltre a questo angoscioso dettaglio, la povera Valentina ha passato tre giorni di dolori agli arti, imprigionata in una scomodissima tuta nella spartana navicella made in URSS.
3. I soliti olandesi, difensori del libero arbitrio a tutti i costi (dal quale però hanno preso non poche batoste, vedasi problema dell'integrazione razziale, al centro di grandi discussioni in patria dopo l'uccisione di Theo van Gogh, regista del coraggioso — fantascientifico, per la TV italiana, visto che fu proiettato in patria in prima serata su una tv privata — Submission), hanno realizzato per primi la palestra per nudisti, che offre iscrizione ai naturisti desiderosi di fare fitness nella piccola cittadina di Heteren, ad Est, quasi vicino al confine tedesco.
I proprietari della palestra dichiarano serafici che gli iscritti naturisti sono obbligati a utilizzare asciugamani per coprire gli attrezzi e che ogni sera i locali vengono disinfestati.
Soddisfazione dalla comunità nudista neerlandese e plauso dagli abitanti del luogo.
Personalmente aggiungerei il lavoro più degradante che ho visto fare in vita mia: il sorvegliante delle latrine pubbliche ad Alexanderplatz, nel cuore di Berlino. Fortunatamente, ho visto di recente che le latrine non sono più presenziate da addetto, ma anni fa ricordo di questo tizio (generalmente male in arnese) che entrava nel loculo appena liberato dall'utente con in mano una spugnetta per pulire bordo e tavoletta, in cambio di uno stipendio (da sussistenza) e di una mancia volontaria nel piattino di cinquanta pfennig o di un marco intero.
2. Mi è caduto un altro mito: la ormai settantenne ex cosmonauta sovietica Valentina Tereshkova ha rivelato recentemente che il suo trionfale atterraggio ripreso dal cinegiornale era un bluff, perché il rientro era andato in realtà malissimo, come potrete leggere nell'articolo: le navicelle sovietiche — ma questo si sapeva — non prevedevano l'atterraggio della capsula a terra, ma l'espulsione mediante paracadute del cosmonauta poco prima dell'impatto al suolo o con l'acqua.
In realtà la povera Valentina ha dichiarato che ha rischiato di non tornare più a casa, perché gli scienziati della Città delle Stelle avevano sbagliato di brutto i conti, per cui la capsula, ad ogni orbita attorno alla Terra, si allontanava invece di avvicinarsi: oltre a questo angoscioso dettaglio, la povera Valentina ha passato tre giorni di dolori agli arti, imprigionata in una scomodissima tuta nella spartana navicella made in URSS.
3. I soliti olandesi, difensori del libero arbitrio a tutti i costi (dal quale però hanno preso non poche batoste, vedasi problema dell'integrazione razziale, al centro di grandi discussioni in patria dopo l'uccisione di Theo van Gogh, regista del coraggioso — fantascientifico, per la TV italiana, visto che fu proiettato in patria in prima serata su una tv privata — Submission), hanno realizzato per primi la palestra per nudisti, che offre iscrizione ai naturisti desiderosi di fare fitness nella piccola cittadina di Heteren, ad Est, quasi vicino al confine tedesco.
I proprietari della palestra dichiarano serafici che gli iscritti naturisti sono obbligati a utilizzare asciugamani per coprire gli attrezzi e che ogni sera i locali vengono disinfestati.
Soddisfazione dalla comunità nudista neerlandese e plauso dagli abitanti del luogo.
26.2.07
Pensieri a perdere
1. Ennio Morricone e Martin Scorsese, veramente due pregiati artigiani del cinema (il primo musica, l'altro confeziona film), hanno avuto la loro, personale rivincita su uno "star" system invidioso e intrigone, peggio dei Palazzi del potere romani: per quanto possa valere (visto che è finito anche e troppo spesso in mani indegne), la statuetta placcata oro dell'Oscar — ah, dimenticavo, TradeMark, sennò mi citano — adornerà anche i loro salotti.
Per il ruspantone ma grandioso Ennio, dopo aver avuto di tutto e di più ed essere stato chiamato per quattro nomination (i cinefili troveranno sulla vicky l'elenco assortito e il cursus honorum) in più di quarantasei anni di onorata composizione; per il broccolinese e una volta barbuto Scorsese,tanto per dirne solo una, dopo aver visto sfumare ben quattro nomination per l'incontestabile Taxi Driver… (anche in questo caso, i patiti trovano sfogo alle curiosità impellenti qui)
Meglio tardi che mai…
2. Per restare in tema di spettacolo, come tutti ormai sanno, domani riparte il Festival di Sanremo… e stica, direi anch'io, se non fosse per quel piccolo particolare che m'ha fatto un po' girare i cosiddetti.
Dato che Pippo Baudo, notoriamente indigente perché pensionato, e Michelle Hunzinker, emigrata dalla Svizzera in tenera età quindi iscritta alle liste del collocamento precario provinciale, hanno chiesto un compenso che sfiorava di poco il tetto massimo stabilito dalla Finanziaria per tirare la cinghia su tutto e avendo gli 'artisti' puntato i piedi come gli asini — dicendo che o glieli davano tutti, maledetti e subito, oppure se ne andavano, sbattendo pure la porta) — il ministro Nicolais, responsabile di non so quale Dicastero, intimorito dall'altezza di Baudo e temendo di essere tramortito da un soffione alla TicTac da parte della Hunzinker, ha firmato subito prono un decreto sospensivo dei massimali votati dal Parlamento e proposti dal Governo (Ministro Nicolais incluso).
Però alla fine, che sarà mai? Che facciamo, per non pagargli più di 272.000 € per meno di una settimana di 'lavoro' (a cranio, ovvio), rinunciamo al Festival?!?
Giammai, i tiracinghia valgono solo per i comuni, mortali contribuenti, mica per i 70enni tintoniche che hanno succhiato e continuano a suggere dalle mammelle di Mamma Rai (i più raffinati si compiacciano per l'allitterazione, i più distratti per favore rileggano:) ): discorso a parte per le svizzerotte che vengono a mungere un'azienda pubblica italiana, in evidente crisi d'identità (raffinati e distratti si compiacciano della battuta)…
3. Solo una noticina politica, più che altro uno sfogo, per come sono finite le cose in Parlamento: cioè, come al solito in Italia, a puttène, per dirla alla Banfi.
Prodi prepara un rassicurante discorso per la fiducia, accennando, si trapela, ad un “nuovo, rassicurante inizio”.
'Nuovo'? 'Inizio'? Erano le prove generali quelle? Ma, dico, ci fate o ci siete?
Noi non ci facciamo. E neanche ci saremo, a votare la prossima volta. Almeno io.
4. Distendiamo l'atmosfera con un'altro racconto leggendario di povera nonna, quello della pastorella indemoniata.
Un bel giorno, una giovane pastorella torna dai boschi un po' strana. In casa comincia a cacciare una certa vitalità, a fare sguardi ferini e a lisciarsi con la mano una lunga barba appesa al mento, che ovviamente non ha.
Poi comincia a parlare, dopo lungo mutismo e nell'ansia generale, metà in latino, metà in italiano forbito, chiedendo certi strani libri, lei che non sa nemmeno leggere né tantomeno scrivere.
Viene chiamata la 'sciamana' del paese, zia Maria Leonarda, una vecchina che recita preghiere e giaculatorie a manetta, molte delle quali di sua invenzione: dopo un bel po', la pastorella posseduta chiede, le chiede con fare minaccioso : “Che credi di fare? Tu non lo sai da dove vengo io, non è facile trovarmi!” e scoppia in una risata cavernosa che comincia però a smorzarsi pian piano, finché la poveretta riprende coscienza del mondo reale e ritorna ad essere una quindicenne analfabeta e contadina di un piccolo paese dell'Appennino lucano.
Nel vicolo, intanto, si sono radunati tutti i cani del vicinato, che abbaiano all'impazzata tutti nella stessa direzione, ringhiando e digrignando i denti, muovendosi a scatti insieme, sempre rivolti al vuoto, alla strettola buia e deserta.
Dormite tranquilli, liebe Kabinettbesucher, vi auguro buonanotte! :D
Per il ruspantone ma grandioso Ennio, dopo aver avuto di tutto e di più ed essere stato chiamato per quattro nomination (i cinefili troveranno sulla vicky l'elenco assortito e il cursus honorum) in più di quarantasei anni di onorata composizione; per il broccolinese e una volta barbuto Scorsese,tanto per dirne solo una, dopo aver visto sfumare ben quattro nomination per l'incontestabile Taxi Driver… (anche in questo caso, i patiti trovano sfogo alle curiosità impellenti qui)
Meglio tardi che mai…
2. Per restare in tema di spettacolo, come tutti ormai sanno, domani riparte il Festival di Sanremo… e stica, direi anch'io, se non fosse per quel piccolo particolare che m'ha fatto un po' girare i cosiddetti.
Dato che Pippo Baudo, notoriamente indigente perché pensionato, e Michelle Hunzinker, emigrata dalla Svizzera in tenera età quindi iscritta alle liste del collocamento precario provinciale, hanno chiesto un compenso che sfiorava di poco il tetto massimo stabilito dalla Finanziaria per tirare la cinghia su tutto e avendo gli 'artisti' puntato i piedi come gli asini — dicendo che o glieli davano tutti, maledetti e subito, oppure se ne andavano, sbattendo pure la porta) — il ministro Nicolais, responsabile di non so quale Dicastero, intimorito dall'altezza di Baudo e temendo di essere tramortito da un soffione alla TicTac da parte della Hunzinker, ha firmato subito prono un decreto sospensivo dei massimali votati dal Parlamento e proposti dal Governo (Ministro Nicolais incluso).
Però alla fine, che sarà mai? Che facciamo, per non pagargli più di 272.000 € per meno di una settimana di 'lavoro' (a cranio, ovvio), rinunciamo al Festival?!?
Giammai, i tiracinghia valgono solo per i comuni, mortali contribuenti, mica per i 70enni tintoniche che hanno succhiato e continuano a suggere dalle mammelle di Mamma Rai (i più raffinati si compiacciano per l'allitterazione, i più distratti per favore rileggano:) ): discorso a parte per le svizzerotte che vengono a mungere un'azienda pubblica italiana, in evidente crisi d'identità (raffinati e distratti si compiacciano della battuta)…
3. Solo una noticina politica, più che altro uno sfogo, per come sono finite le cose in Parlamento: cioè, come al solito in Italia, a puttène, per dirla alla Banfi.
Prodi prepara un rassicurante discorso per la fiducia, accennando, si trapela, ad un “nuovo, rassicurante inizio”.
'Nuovo'? 'Inizio'? Erano le prove generali quelle? Ma, dico, ci fate o ci siete?
Noi non ci facciamo. E neanche ci saremo, a votare la prossima volta. Almeno io.
4. Distendiamo l'atmosfera con un'altro racconto leggendario di povera nonna, quello della pastorella indemoniata.
Un bel giorno, una giovane pastorella torna dai boschi un po' strana. In casa comincia a cacciare una certa vitalità, a fare sguardi ferini e a lisciarsi con la mano una lunga barba appesa al mento, che ovviamente non ha.
Poi comincia a parlare, dopo lungo mutismo e nell'ansia generale, metà in latino, metà in italiano forbito, chiedendo certi strani libri, lei che non sa nemmeno leggere né tantomeno scrivere.
Viene chiamata la 'sciamana' del paese, zia Maria Leonarda, una vecchina che recita preghiere e giaculatorie a manetta, molte delle quali di sua invenzione: dopo un bel po', la pastorella posseduta chiede, le chiede con fare minaccioso : “Che credi di fare? Tu non lo sai da dove vengo io, non è facile trovarmi!” e scoppia in una risata cavernosa che comincia però a smorzarsi pian piano, finché la poveretta riprende coscienza del mondo reale e ritorna ad essere una quindicenne analfabeta e contadina di un piccolo paese dell'Appennino lucano.
Nel vicolo, intanto, si sono radunati tutti i cani del vicinato, che abbaiano all'impazzata tutti nella stessa direzione, ringhiando e digrignando i denti, muovendosi a scatti insieme, sempre rivolti al vuoto, alla strettola buia e deserta.
Dormite tranquilli, liebe Kabinettbesucher, vi auguro buonanotte! :D
7.2.07
Rassegna stampa
Dalla Bulgaria: pornacci proiettati di notte, fin qui nulla di strano, se non apparissero sugli schermi alle fermate dei mezzi pubblici… succedesse da noi, ci sarebbe la paralisi del servizio!
Dalla Russia (con odio): Zio Bill (Gates) si traveste da agente KGB per stanare chi pirata il suo ineccepibile ed ineguagliabile prodigio della tecnica, adottando persino i metodi del servizio segreto sovietico, vale a dire pescando nel mucchio.
Avrà implementato una funzione random di ricerca?
Dalla Russia (con odio): Zio Bill (Gates) si traveste da agente KGB per stanare chi pirata il suo ineccepibile ed ineguagliabile prodigio della tecnica, adottando persino i metodi del servizio segreto sovietico, vale a dire pescando nel mucchio.
Avrà implementato una funzione random di ricerca?
3.2.07
E basta!
Dieci proposte da Beppe Severgnini per tentare di frenare la caduta verso il basso: per ora è il calcio, ma il malessere è generalizzato.
Diamoci tutti quanti una calmata, ovunque e qualsiasi cosa facciamo, perché non ci stiamo accorgendo che questi tempi di rissa cercata, di isteria ostesa ci stanno mandando al manicomio e non so se si riesce a guarire, poi…
Diamoci tutti quanti una calmata, ovunque e qualsiasi cosa facciamo, perché non ci stiamo accorgendo che questi tempi di rissa cercata, di isteria ostesa ci stanno mandando al manicomio e non so se si riesce a guarire, poi…
31.1.07
Quando non si ha proprio niente di meglio da fare…
Propongo una campagna per segnalare i siti più fancazzisti in cui vi siate mai imbattuti, escluso perentoriamente questo ed il mio Gabinetto fotografico!
La mia proposta è il catalogo fotografico di tutti i prodotti della famosa azienda ACME comparsi nei cartoni animati degli ultimi quarant'anni.
Segnalate le vostre, dunque: sarebbe interessante che specifichiate come e perché vi siate imbattuti in quel link, ma forse, per spirito di carità fraterna, è meglio non approfondire troppo…
La mia proposta è il catalogo fotografico di tutti i prodotti della famosa azienda ACME comparsi nei cartoni animati degli ultimi quarant'anni.
Segnalate le vostre, dunque: sarebbe interessante che specifichiate come e perché vi siate imbattuti in quel link, ma forse, per spirito di carità fraterna, è meglio non approfondire troppo…
28.1.07
Pensieri nell'inverno quirite
1. Ieri stavo tirando un po' la macchina sul vialone sotto casa per tamponare il ritardo che avevo accumulato nell'andare a fare ripetizioni di algebra ad una povera vittima liceale che mi sopporta (e mi paga pure).
Pioveva, come oggi del resto, acquazzone a tratti, fanghiglia che si alza dalle ruote delle auto che precedono e che si proiettano sul parabrezza. Nel mezzo di una accelerata da seconda a terza, scorgo a bordo strada un uomo vestito di chiaro con un cane al guinzaglio, perfettamente allineati al centro delle strisce pedonali e in evidente procinto di attraversare: rallento per fermarmi, l'uomo però non si muove, come fanno tutti i pedoni quando capiscono che il/la guidatore/trice ha concesso loro il grande onore di premere il pedale del freno e quindi si sdebitano cercando di togliersi di torno il più presto possibile, per non dare eccessivo disturbo. Quel tizio però non accenna a muoversi, mentre la mia macchina scivola a pochi km/h verso le strisce, anzi sembra dimostrare il più completo disinteresse per portare a termine l'operazione di attraversamento, guarda dritto davanti a sé. Dopo che mi sono fermato del tutto, passa un altro secondo e l'uomo, finalmente, come risvegliato da uno strattone, comincia ad impegnare lo zebrato, sempre però guardando dritto, senza girare la testa. "Povero pazzo" penso io. Fra una battuta e l'altra del tergicristallo sul parabrezza madido di pioggerella fina e fitta, mentre il pedone altezzoso e il labrador color caffellatte sfilano davanti al cofano, tutti e due con noncuranza, regali, mi rimangio il pensiero: lui porta una piccola fascia gialla con tre palle nere, lo stesso il cane su una specie di corpetto, come quegli odiosi cappottini che le fanatiche padrone impongono ai loro canidi da grembo, solo più grande.
È il pittogramma internazionale dei ciechi. E il cane sta facendo attraversare il suo affidato non vedente. Non solo, lo ha fatto muovere dopo essersi assicurato che il traffico si fosse effettivamente arrestato.
A centro strada, nello spartitraffico, lo fa di nuovo, meccanicamente: fa fermare l'uomo, aspetta che il 93 accenni una frenata e che si arresti completamente, altro strattone e la traversata può dirsi conclusa. Manca il gradino per salire sul marciapiede. Il labrador si ferma per un istante ai piedi della banchina, quanto basta ché il suo trainato si allinei con i piedi e capisca che deve alzarne uno. Solo allora il cane monta sul marciapiede e aspetta fermo finché anche il cieco ha completato la manovra di salita. E poi se ne vanno, come un tizio qualunque in impermeabile chiaro che torna a casa dai giardinetti col suo cane, sorpresi entrambi da un acquazzone.
2. Tempo fa ho comprato un romanzo anni Sessanta su una bancarella di libri, di quelle su cui, senza alcun riguardo, vengono accatastate quintali di carta rilegata e sciolta, molto spesso biblioteche di vecchi generali o di impiegati dello stato passati a miglior vita, magari costruite per autore, per argomento, o semplicemente comprando i Mondadori o il Reader's Digest per corrispondenza. Biblioteche e raccolte di cui puntualmente gli eredi si disfano non appena prendono possesso dei lasciti.
In questo romanzo tedesco, mentre lo sfogliavo per spolverarlo, è uscita dalle pagine una cartolina a colori, intonsa, non scritta. Una classica cartolina di quarant'anni fa, con dei colori un poco innaturali, con un panorama di Livigno innevata all'inverosimile. E lì, ho cominciato a fantasticare, ad ipotizzare come e perché fosse lì.
Un souvenir da tenere in casa dopo una vacanza sulla neve? Una cartolina comprata in sovrappiù oppure non spedita perché erano finiti i francobolli? Un memento di belle giornate sulla neve con allegri compagni, di passeggiate, brulé e corteggiamenti galanti? Oppure la cartolina portata a mano ad un vecchio nonno da qualche nipote, tenuta sul tavolo, poi usata come segnalibro, distrattamente ma non troppo, perché ogni tanto, riprendendo il libro, l'occhio ci cada su e magari si ricordi il bel tempo che fu, di quando gli sci erano di legno grezzo e non c'erano doposci "lunari", ma solo stivaloni al ginocchio?
3. Mentre gironzolavo per piazza Venezia, consumando l'inerzia che si acquista scendendo a piedi dalla discesa di via IV Novembre, davanti alla "Macchina da scrivere", il Vittoriano o Altare della Patria che dir si voglia, mi venne in mente un fatto che mi raccontò mia nonna.
C'era un suo avo che non poté gioire del Bollettino della Vittoria firmato Generale Diaz (o Diàz, come dicono a Napoli: "Scusate, per piazza Diàz?"), quello che — tanta era l'enfasi della vittoria, veniva inciso anche su lastre di bronzo fatto con i cannoni austriaci catturati — si conclude "I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.": il figlio, tenente di Artiglieria, studente di Medicina, vent'anni, era dato per disperso sul Monte Cimone, dopo uno degli ultimi furiosi combattimenti palmo a palmo, quelli in cui interi reggimenti tornavano decimati dopo aver guadagnato (o perduto) una ventina di metri.
Quando portarono il Milite Ignoto a Roma, volle andare, assieme a tanti altri con la sua stessa storia, a rendere omaggio e a tentare esorcizzare un po' quel dramma, allo stesso tempo, interiore e nazionale. Salito fino al sacello, dove i due piantoni montano la guardia a quel mucchietto di ossa e di brandelli di divisa racchiusi in una cassa zincata, fu colto improvvisamente da una fitta alla testa, al petto, all'addome: "Qui c'è Mimì, qui c'è Mimì" ripeteva, mentre si accasciava fra le braccia di un carabiniere che lo aveva visto in preda all'emozione e allo sgomento. Fece a tempo a tornare a casa, per morire una settimana dopo.
Mimì era il giovane tenente che non è più sceso dal Monte Cimone dopo la battaglia.
Pioveva, come oggi del resto, acquazzone a tratti, fanghiglia che si alza dalle ruote delle auto che precedono e che si proiettano sul parabrezza. Nel mezzo di una accelerata da seconda a terza, scorgo a bordo strada un uomo vestito di chiaro con un cane al guinzaglio, perfettamente allineati al centro delle strisce pedonali e in evidente procinto di attraversare: rallento per fermarmi, l'uomo però non si muove, come fanno tutti i pedoni quando capiscono che il/la guidatore/trice ha concesso loro il grande onore di premere il pedale del freno e quindi si sdebitano cercando di togliersi di torno il più presto possibile, per non dare eccessivo disturbo. Quel tizio però non accenna a muoversi, mentre la mia macchina scivola a pochi km/h verso le strisce, anzi sembra dimostrare il più completo disinteresse per portare a termine l'operazione di attraversamento, guarda dritto davanti a sé. Dopo che mi sono fermato del tutto, passa un altro secondo e l'uomo, finalmente, come risvegliato da uno strattone, comincia ad impegnare lo zebrato, sempre però guardando dritto, senza girare la testa. "Povero pazzo" penso io. Fra una battuta e l'altra del tergicristallo sul parabrezza madido di pioggerella fina e fitta, mentre il pedone altezzoso e il labrador color caffellatte sfilano davanti al cofano, tutti e due con noncuranza, regali, mi rimangio il pensiero: lui porta una piccola fascia gialla con tre palle nere, lo stesso il cane su una specie di corpetto, come quegli odiosi cappottini che le fanatiche padrone impongono ai loro canidi da grembo, solo più grande.
È il pittogramma internazionale dei ciechi. E il cane sta facendo attraversare il suo affidato non vedente. Non solo, lo ha fatto muovere dopo essersi assicurato che il traffico si fosse effettivamente arrestato.
A centro strada, nello spartitraffico, lo fa di nuovo, meccanicamente: fa fermare l'uomo, aspetta che il 93 accenni una frenata e che si arresti completamente, altro strattone e la traversata può dirsi conclusa. Manca il gradino per salire sul marciapiede. Il labrador si ferma per un istante ai piedi della banchina, quanto basta ché il suo trainato si allinei con i piedi e capisca che deve alzarne uno. Solo allora il cane monta sul marciapiede e aspetta fermo finché anche il cieco ha completato la manovra di salita. E poi se ne vanno, come un tizio qualunque in impermeabile chiaro che torna a casa dai giardinetti col suo cane, sorpresi entrambi da un acquazzone.
2. Tempo fa ho comprato un romanzo anni Sessanta su una bancarella di libri, di quelle su cui, senza alcun riguardo, vengono accatastate quintali di carta rilegata e sciolta, molto spesso biblioteche di vecchi generali o di impiegati dello stato passati a miglior vita, magari costruite per autore, per argomento, o semplicemente comprando i Mondadori o il Reader's Digest per corrispondenza. Biblioteche e raccolte di cui puntualmente gli eredi si disfano non appena prendono possesso dei lasciti.
In questo romanzo tedesco, mentre lo sfogliavo per spolverarlo, è uscita dalle pagine una cartolina a colori, intonsa, non scritta. Una classica cartolina di quarant'anni fa, con dei colori un poco innaturali, con un panorama di Livigno innevata all'inverosimile. E lì, ho cominciato a fantasticare, ad ipotizzare come e perché fosse lì.
Un souvenir da tenere in casa dopo una vacanza sulla neve? Una cartolina comprata in sovrappiù oppure non spedita perché erano finiti i francobolli? Un memento di belle giornate sulla neve con allegri compagni, di passeggiate, brulé e corteggiamenti galanti? Oppure la cartolina portata a mano ad un vecchio nonno da qualche nipote, tenuta sul tavolo, poi usata come segnalibro, distrattamente ma non troppo, perché ogni tanto, riprendendo il libro, l'occhio ci cada su e magari si ricordi il bel tempo che fu, di quando gli sci erano di legno grezzo e non c'erano doposci "lunari", ma solo stivaloni al ginocchio?
3. Mentre gironzolavo per piazza Venezia, consumando l'inerzia che si acquista scendendo a piedi dalla discesa di via IV Novembre, davanti alla "Macchina da scrivere", il Vittoriano o Altare della Patria che dir si voglia, mi venne in mente un fatto che mi raccontò mia nonna.
C'era un suo avo che non poté gioire del Bollettino della Vittoria firmato Generale Diaz (o Diàz, come dicono a Napoli: "Scusate, per piazza Diàz?"), quello che — tanta era l'enfasi della vittoria, veniva inciso anche su lastre di bronzo fatto con i cannoni austriaci catturati — si conclude "I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.": il figlio, tenente di Artiglieria, studente di Medicina, vent'anni, era dato per disperso sul Monte Cimone, dopo uno degli ultimi furiosi combattimenti palmo a palmo, quelli in cui interi reggimenti tornavano decimati dopo aver guadagnato (o perduto) una ventina di metri.
Quando portarono il Milite Ignoto a Roma, volle andare, assieme a tanti altri con la sua stessa storia, a rendere omaggio e a tentare esorcizzare un po' quel dramma, allo stesso tempo, interiore e nazionale. Salito fino al sacello, dove i due piantoni montano la guardia a quel mucchietto di ossa e di brandelli di divisa racchiusi in una cassa zincata, fu colto improvvisamente da una fitta alla testa, al petto, all'addome: "Qui c'è Mimì, qui c'è Mimì" ripeteva, mentre si accasciava fra le braccia di un carabiniere che lo aveva visto in preda all'emozione e allo sgomento. Fece a tempo a tornare a casa, per morire una settimana dopo.
Mimì era il giovane tenente che non è più sceso dal Monte Cimone dopo la battaglia.
21.1.07
"Italietta" — commediola grottesca in tre parti

I. Mentre in Europa centro–settentrionale imperversava l'uragano "Kyrill", con venti a 200 km/h, più di 40 morti, un miliardo di euri di danni nella sola Germania, intere nazioni in tilt e nel panico, il TG1 delle 20 — badate bene, il glorioso tiggìuno delle venti! — dedicava un servizio lunghissimo all'uscita dell'ennesimo, stanco e nevrotico Verdone, alla sempreverde bellezza di Monica Bellucci, nei panni di una ninfomane fisioterapista, e alla grande interpretazione di tale Scamarcio (ma chi è?!? qualcuno colmi la mia ignoranza, vi prego, sennò non potrò più andare al cinema senza aver conosciuto questo fondamentale istrione del cinema nostrano!) mentre se la fotticchia in una scena definita "bollente" (di lessato però c'era solo la faccia di Scamarcio e la scena risultava stinta e annoiante… Gloria Guida, dagli lezioni, ti prego!).
Il TG3, invece, apriva il servizio con un concitato elogio dal sapore deamicisiano sulle "nostre Alpi" che ci hanno protetto e sugli strascichi meteo del ciclone che si sono abbattuti su Sardegna, Piemonte e Alto Adige: in sostanza, qualche albero azzoppato per il forte vento, qualche coppo di tetto volato via.

II. All'indomani dei funerali dello scomparso pontefice Giovanni Paolo II, il sindaco di Roma Veltroni si affretta a dichiarare alla stampa che l'Urbe quirite renderà omaggio imperituro al defunto papa dedicandogli uno dei luoghi più importanti e centrali della città… la stazione Termini.
Non avendo consultato nessuno sull'opportunità dell'operazione (ridicola sotto ogni punto di vista non tanto nel fine, quanto nei modi, perché non vi è in città luogo, penso io, — purtroppo — più squallido e deprimente della stazione centrale e, soprattutto, perché le stazioni e gli aeroporti non vengono dedicati a personalità religiose neanche più in Medio Oriente), neppure i legittimi proprietari del fabbricato viaggiatori (le Ferrovie, nella fattispecie), e pressato e avversato da quasi tutti i componenti della Giunta, il sindaco ha dovuto fare di corsa dietrofront e arrampicarsi sugli specchi spiegando che la stazione era stata "solamente dedicata, non intitolata".
Della serie "Con piazze e parchi pubblici si fa più bella figura". Amen.

III. Intervistato sul Corsera odierno in merito alla sentenza della Cassazione che dichiara il download peer to peer (o P2P, in nerdico) legale se non compiuto per scopo di lucro, Antonello Venditti risponde così ad una precisa domanda dell'intervistatrice:
— Quindi se un ragazzo si scarica gratis un suo disco lei non se la prende?
• Ma no. Certo vuol dire che di musica ci capisce poco. Perché quella che gira così è di pessima qualità, peggio delle vecchie cassette. […] Io la differenza però la sento, anche l'mp3 riproduce malissimo il suono originale.
Vabbè, almeno ha ammesso che di computer capisce poco, anche se ricordo delle cassette "mixed by Erry", made in Naples, ineccepibili.
16.1.07
Seconda ristampa de "Le civiltà del rutto"
Visto l'insperato successo ottenuto in soli due giorni dal nostro saggio, le Edizioni Improponibili hanno programmato una seconda ristampa dell'opera e garantiscono tempi di consegna ai rivenditori abbastanza contenuti.
L'alto gradimento che si è riscontrato al Nord Italia ha convinto sia noi che l'editore ad integrare nel canale di diffusione anche i giocatori delle tre carte, capillarmente presenti nell'atrio della stazione di Milano Centrale e nei mezzanini delle principali stazioni della metropolitana meneghina.
Con questo intendiamo ringraziare i nostri lettori per la grande manifestazione di gradimento attribuita alla nostra opera e invitiamo tutti i cultori della materia ad inviarci le proprie osservazioni.
L'alto gradimento che si è riscontrato al Nord Italia ha convinto sia noi che l'editore ad integrare nel canale di diffusione anche i giocatori delle tre carte, capillarmente presenti nell'atrio della stazione di Milano Centrale e nei mezzanini delle principali stazioni della metropolitana meneghina.
Con questo intendiamo ringraziare i nostri lettori per la grande manifestazione di gradimento attribuita alla nostra opera e invitiamo tutti i cultori della materia ad inviarci le proprie osservazioni.
Mutande pazze
Sulla metropolitana di Nuova York (come diceva povera nonna) si sta tenendo per l'ennesimo anno consecutivo la "No Panties Day", la giornata delle mutande in libertà sfoggiate sui convogli della sotterranea della Grande Mela durante le ore di punta mattutine e serali, ad opera di un numeroso branco di volontari (nullafacenti, penso io) orchestrati da un duo di pazzi fottuti (ancora più sfaccendati dei loro "collaboratori").
Potete leggere sulla loro pagina web il lungo (e prolisso) racconto della vicenda e le foto scattate durante la… smutandata collettiva.
Ah, la motivazione? Rallegrare il viaggio dei passeggeri della subway, in viaggio per raggiungere il posto di lavoro o il luogo (di martirio e/o) di studio.
Come se sulle metropolitane di tutto il mondo non si vedano già abbastanza stranezze…
Potete leggere sulla loro pagina web il lungo (e prolisso) racconto della vicenda e le foto scattate durante la… smutandata collettiva.
Ah, la motivazione? Rallegrare il viaggio dei passeggeri della subway, in viaggio per raggiungere il posto di lavoro o il luogo (di martirio e/o) di studio.
Come se sulle metropolitane di tutto il mondo non si vedano già abbastanza stranezze…
14.1.07
Novità editoriale imperdibile!

Da domani troverete nelle librerie più squalificate e presso tutti gli ambulanti delle stazioni della metropolitana il saggio che ho scritto a quattro mani assieme a mio fratello: l'argomento che abbiamo scelto per farci dichiarare indesiderati da alcuni governi della UE sono le rumorose e gassose abitudini post–prandiali dei popoli del nord, la loro gioiosa attitudine all'esternazione libera del rutto in luogo pubblico e il successivo silenzioso compiacimento, che rincorre la tacita approvazione degli astanti.
Il rutto, nel Nord Europa, diviene motivo di aggregazione sociale, di affinità empatica fra i gruppi e di congiunzione trasversale di tutte le classi della popolazione: si rutta in bici, sul tram, andando a lavoro, aspettando la ragazza sotto casa, prima di entrare al cinema.
La civiltà che si fa rutto. E il rutto che la sostanzia.
(150 pp., paperback, con numerose illustrazioni e CD allegato)
11.1.07
Restyling and revamping…
Due parolone econ-english, il particolare slang molto in voga negli ambienti della direzione aziendale, per indicare una semplice "ripulita" nello stile (per i contenuti non so…) del blog, dato che l'onnipresente Google.com ha rilevato anche il portale dei blog che ospita il mio Kabinett e ha portato una ventata di novità tecno–nerdiche, fra le quali stili più belli ed editing modificabile… ecco anch'io sono caduto nella spirale del techno–english, ancora più pernicioso e pervasivo.
E, cosa ancor più preoccupante, sono caduto nelle grinfie di Pages & Brin, i due pazzi patroni di Google, i quali spizzeranno la mia corrispondenza con gusto ancora maggiore dopo questo sfottò!
E, cosa ancor più preoccupante, sono caduto nelle grinfie di Pages & Brin, i due pazzi patroni di Google, i quali spizzeranno la mia corrispondenza con gusto ancora maggiore dopo questo sfottò!
6.1.07
Pia illusione positivista di primo Novecento



«Via, per il sentiero tortuoso e ineguale, senza curarci dei salti, degli sbalzi, degli urti, pur di correre. L'automobile non è che alla seconda velocità, ma ci par di volare. Ci si presentano delle vaste pozze formate dalla pioggia. Avanti! Vi precipitiamo dentro, le solchiamo sollevando una tempesta d'acqua e di fango; l'ondata rigurgita nel vano del telaio e ci bagna. Ridiamo. Parliamo ad alta voce, presi da una strana esuberanza […]. E c'è anche in noi una gioia nuova, che viene dalla soddisfazione intensa e inesprimibile del fare una cosa che non fu mai fatta. È la voluttà d'una conquista, l'ebbrezza di un trionfo, e una sorpresa insieme, come un trasognamento per la singolarità fantastica di questa corsa in questo paese. […] Ci pare d'interrompere una quiete millenaria, d'essere i primi a gettare fuggendo un segnale di risveglio ad un gran sonno. Sentiamo in noi l'orgoglio d'una civiltà e d'una razza, sentiamo di rappresentare qualche cosa in più di noi stessi: con noi è l'Europa che passa. Nella velocità si riassume tutto il significato della civiltà nostra. La grande brama dell'anima occidentale, la sua forza, il segreto vero d'ogni suo progresso, è espressa in due parole: "più presto!" La nostra vita è incalzata da questo desiderio violento, da questa incontentabilità dolorosa, da questa ossessione sublime: "più presto!"»
Luigi Barzini, "La Metà del Mondo vista da un'automobile: da Pechino a Parigi in 60 giorni", Touring Club Italiano, Milano, 2006, pp. 73–74.
Quello che ho riportato su è uno stralcio dal libro pubblicato dal giornalista del Corriere della Sera Luigi Barzini contenente il racconto dell'epico e (per quei tempi) assolutamente impensabile raid Pechino–Parigi (14.000 km), effettuato nel 1907, assieme al Principe Borghese e al suo "chauffer" (come si diceva all'epoca).
La prima edizione del testo è del 1908: per una prima carrellata di info, si consulti la benemerita Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Raid_Pechino-Parigi).
Le foto sono tratte da lì e da http://www.ritzsite.net/ (così nessuno scoccia con i diritti…)
24.12.06
23.12.06
La Morte o non ti fila o ti aspetta travestita da fuga di gas
Anche oggi mi vedo costretto a postare un commento che ai più sembrerà il solito temino stinto e ritrito, condito con un po' di salsa di retorica vagamente deamicisiana. In realtà sarei ben contento di non dover scrivere riflessioni del genere se tutto andasse come si potrebbe intravedere facendo capolino dalle finestre della famigliola del Mulino Bianco e non fosse altro per non fare andare di traverso il pandoro e/o panettone ai miei carissimi Kabinettbesucher, però...
Allora, prima questione: il diritto alla vita e quello alla morte.
Tutti vogliono vivere, è l'istinto più intimamente basilare della fisiologia umana che spinge a desiderare di prolungare l'esistenza su questo mondo. È molto difficile accontentare tutti in questo senso.
Poi c'è chi chiede una cosa teoricamente ben più facile a farsi, c'è chi desidera la morte sopra ogni altra cosa, perché rispetto ad una vita di sofferenze e di indignità quotidiana è qualcosa che non fa più paura, che non si teme, anzi si invoca a gran voce, la si desidera, la si ricerca in ogni modo persino scrivendo al Presidente della Repubblica, senza paura di risultare noioso e anche sgradevole comparendo in video all'ora di cena durante il telegiornale, a costo di ammutolire intere famiglie riunite a tavola davanti ai tortellini fumanti, a rischio di chiamarsi gli auguri di pronta estinzione dai telespettatori esasperati e desiderosi di evasioni ridanciane dal piattume della contemporaneità.
Anche se è umanamente difficile da accettare, una persona che chiede la morte con insistenza deve essere esaudita, perché quello che questi chiede altro non è che un atto di pietà.
La Curia romana fa il suo lavoro e quindi non concede rito religioso alle esequie. Va bene.
Ma il Parlamento non è il Sant'Uffizio e non prende ordini (almeno formalmente) dal Vaticano. La questione è delicata, siamo d'accordo, ma almeno se ne cominci a parlare con la serietà che la materia esige. Almeno una volta.
Poi c'è chi la morte la sfida per mestiere per regalare la vita e talvolta perde miseramente.
Oggi, vicino Bologna, un pompiere è rimasto sotto le macerie di una palazzina saltata in aria perché completamente satura di gas.
Un ragazzo, volontario tra l'altro, che lascia una sedia vuota quest'anno alla tavola delle feste.
Un altro collega non si sa se ce la fa a campare ancora.
Buon Natale a tutti i Vigili del fuoco.
Allora, prima questione: il diritto alla vita e quello alla morte.
Tutti vogliono vivere, è l'istinto più intimamente basilare della fisiologia umana che spinge a desiderare di prolungare l'esistenza su questo mondo. È molto difficile accontentare tutti in questo senso.
Poi c'è chi chiede una cosa teoricamente ben più facile a farsi, c'è chi desidera la morte sopra ogni altra cosa, perché rispetto ad una vita di sofferenze e di indignità quotidiana è qualcosa che non fa più paura, che non si teme, anzi si invoca a gran voce, la si desidera, la si ricerca in ogni modo persino scrivendo al Presidente della Repubblica, senza paura di risultare noioso e anche sgradevole comparendo in video all'ora di cena durante il telegiornale, a costo di ammutolire intere famiglie riunite a tavola davanti ai tortellini fumanti, a rischio di chiamarsi gli auguri di pronta estinzione dai telespettatori esasperati e desiderosi di evasioni ridanciane dal piattume della contemporaneità.
Anche se è umanamente difficile da accettare, una persona che chiede la morte con insistenza deve essere esaudita, perché quello che questi chiede altro non è che un atto di pietà.
La Curia romana fa il suo lavoro e quindi non concede rito religioso alle esequie. Va bene.
Ma il Parlamento non è il Sant'Uffizio e non prende ordini (almeno formalmente) dal Vaticano. La questione è delicata, siamo d'accordo, ma almeno se ne cominci a parlare con la serietà che la materia esige. Almeno una volta.
Poi c'è chi la morte la sfida per mestiere per regalare la vita e talvolta perde miseramente.
Oggi, vicino Bologna, un pompiere è rimasto sotto le macerie di una palazzina saltata in aria perché completamente satura di gas.
Un ragazzo, volontario tra l'altro, che lascia una sedia vuota quest'anno alla tavola delle feste.
Un altro collega non si sa se ce la fa a campare ancora.
Buon Natale a tutti i Vigili del fuoco.
16.12.06
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